Il Pm condanna Fitto sul giornale Bufera per le allusioni a Provenzano

In un’intervista il procuratore di Bari paragona l’ex presidente della Puglia al boss mafioso. Il deputato azzurro: «Vacilla la mia fiducia nei magistrati»

Stefano Filippi

nostro inviato a Bari

Un altro comunicato, il secondo in tre giorni, una nota che reprime a stento la rabbia scatenata dalla lettura dei giornali di ieri. Le telefonate con la madre, i dialoghi con monsignor Cosmo Francesco Ruppi ma soprattutto l'intervista a «Repubblica» del procuratore aggiunto di Bari Marco Dinapoli, capo del pool investigativo, dal titolo «Abbiamo trovato una vera cupola». Indagato, intercettato per quattro anni, con una richiesta di arresto pendente alla Camera, Raffaele Fitto si è convinto di avere di fronte un magistrato che - a indagini ben lontane dalla conclusione - lo paragona già a un boss mafioso («un modo di amministrare paragonabile all’organizzazione di una “cupola” - ha detto tra l’altro il Pm - altro che pizzini...»). E ha capito che lo stillicidio delle intercettazioni a puntate è appena cominciato.
Finora erano usciti soltanto stralci di conversazioni contenuti nell'ordinanza di custodia cautelare. Ma i colloqui pubblicati ieri con la madre e con l’arcivescovo di Lecce, indagato a sua volta, provengono dai 17 faldoni dell’inchiesta. Sono alcune delle 150mila telefonate intercettate e trascritte in quattro anni di investigazioni su Fitto, l’imprenditore Giampaolo Angelucci, l’editore Paolo Pagliaro, monsignor Ruppi e altre 20 persone. Brogliacci che possono provenire da due sole fonti: o gli inquirenti o il Parlamento, dove è depositata la copia integrale degli atti insieme con la richiesta di arresti domiciliari per il deputato di Forza Italia. Chiacchierate che il gip non ha ritenuto rilevanti per le ordinanze di arresto. Ma che finiscono lo stesso sui giornali.
Fitto ha deciso di reagire con sdegno. «Non contesto la scelta editoriale alla base di questa pubblicazione - si legge nella nota -. Prendo atto che quello nei miei confronti non è e non sarà un eventuale processo con esclusiva matrice giudiziaria, ma soprattutto un processo mediatico e politico, di piazza e sommario». Sui contributi elettorali, l'ex governatore ripete che «al Consiglio regionale della Puglia e alla Camera dei Deputati è regolarmente depositata tutta la documentazione». Quanto alle presunte tangenti, «mi riservo di leggere i bilanci delle campagne elettorali di tutti i candidati e dei rispettivi partiti. Sono pronto ad accettare anche l’arresto, ma a condizione di essere in compagnia di tutti coloro le cui campagne elettorali sono state regolarmente finanziate nella stessa maniera». E a Dinapoli, che ha scelto «la gogna mediatica nel momento in cui entra in vigore la nuova legge che dovrebbe contenere la divulgazione di notizie da parte dei giudici», Fitto esprime «estrema amarezza»: «Peggio Provenzano... Sento oggi vacillare in me quella fiducia nella magistratura che ogni cittadino di un Paese civile dovrebbe poter sempre riporre».
In serata, Dinapoli ha fatto sapere di essere «assolutamente certo di non avere utilizzato le espressioni cupola e pizzini, che nell'intervista mi vengono attribuite, e del cui significato “tecnico” sono ben consapevole per essermi occupato di numerosi processi di mafia». Ma «Repubblica» ha confermato parola per parola. Pierferdinando Casini condanna il Pm: «Inaccettabile paragone». Poche ore prima il coordinatore nazionale di Forza Italia, Sandro Bondi, si era rivolto al capo dello stato e al Csm «per sapere se l'intervista del dottor Dinapoli sia compatibile con i doveri di un magistrato e con l'osservanza delle leggi democratiche dello Stato italiano».
In mattinata, a sorpresa, i quattro Pm titolari dell'inchiesta avevano ascoltato nella caserma della Guardia di finanza il vescovo di Lecce. Accompagnato dall’avvocato Pasquale Corleto, monsignor Ruppi si è presentato con la veste talare alle 9,30; il colloquio è durato 45 minuti. Il reato di corruzione che gli viene contestato non esiste, ha spiegato il presule che ha detto di conoscere Fitto da ragazzino perché Maglie, il paese dell’ex governatore, è in diocesi di Lecce. «Ho fatto pressioni su di lui per i contributi regionali a favore delle strutture sportive degli oratori - ha confermato Ruppi ai Pm - ma non mi sono mai impegnato a fare campagna elettorale in suo favore». Niente contropartita del favore, dunque niente corruzione.
Al primo piano del palazzo di giustizia si è invece svolto l’interrogatorio di garanzia di Pagliaro davanti al gip Giuseppe De Benedictis. L’editore ha ammesso di aver ricevuto 5.700 euro dall’aeroporto di Bari per la pubblicità del nuovo scalo, ma non c’è stata corruzione non essendo necessaria la gara d'appalto per commesse di quel tipo, al contrario di quanto sostiene l'accusa. La settimana prossima sarà sentito Angelucci, editore di Riformista e Libero.