Pm contro il Giornale/ La fuga di notizie? E' lecita, ma soltanto per le cene di Arcore

Gli atti pubblici di trent'anni fa sono segreti. Mentre le cene di Arcore no. Tutti i privilegi della casta. <strong>AUDIO <a href="/fotogallery/perquisizioni_contro_giornale_racconto_delodissea/id=2797-foto=1-slideshow=0">ASCOLTA LA TESTIMONIANZA</a></strong> Anna Maria Greco: &quot;Esperienza allucinante&quot;. <strong><a href="/sondaggio_1a.pic1?PID=171">E' possibile che in democrazia i pm facciano perquisire un giornale?</a> VOTA</strong>

Un vestito cucito sui privilegi della casta. Oggi non è più così, ma fino al 1985 la corporazione dei giudici lavava i panni sporchi in gran segreto. Nel sancta sanctorum della sezione disciplinare, protetta da sguardi indiscreti. Oggi le udienze del “tribunale” dei magistrati vengono trasmesse in diretta da Radio Radicale. Oggi, almeno sulla carta perché la realtà è più complessa e difficile, la Disciplinare lavora dietro un vetro trasparente. I procedimenti, dall’udienza alla sentenza, possono essere letti e studiati. Fino al 1985, invece, si svolgevano a porte chiuse.

È su questa base che la procura di Roma ha messo sotto indagine il consigliere del Csm Matteo Brigandì e ha perquisito Anna Maria Greco del Giornale. Gli atti precedenti alla rivoluzione del 1985 sono e debbono rimanere sigillati. Dunque, anche il fascicolo del procedimento a carico di Ilda Boccassini, datato 1982, sarebbe chiuso con un lucchetto. E scardinare quel lucchetto significa, secondo l’impostazione della procura di Roma, commettere un abuso d’ufficio. Insomma, siamo un paese strano: si può sapere, in tempo quasi reale, con uno scarto di pochissimi giorni, quel che accade fra le mura di villa San Martino ad Arcore. Certo, la residenza del premier non può essere perquisita senza autorizzazione del Parlamento. Ma, intanto, quel che succede a pranzo o a cena nell’abitazione del presidente del Consiglio viene ricostruito, assemblando di tutto, e divulgato dai giornali con una piccola sfasatura sul calendario.

Quel che si discuteva a Palazzo dei Marescialli nel 1982 invece è top secret. Anche se ormai quei fatti confinano con la storia e si fatica persino a considerarli una pagina di cronaca. Non importa. E non si vuol cogliere nemmeno il paradosso di questa situazione: di solito i giornalisti vengono messi sotto inchiesta quando divulgano atti ancora coperti dal segreto. Quando arrivano troppo presto. Prima che un verbale o un’intercettazione vengano depositati. Qui invece le carte sono troppo vecchie: i fascicoli del 1990 o del 1995 sono, o dovrebbero essere, perché non si sa mai, di dominio pubblico. Ma fino al 1985 prevaleva quella vecchia giustificazione, l’alibi, la legge oscura dossier.

In poche parole, si commette (se c’è) un reato perché dai ripostigli della cronaca salta fuori quello scudo invalicabile: e quello scudo polveroso, poi fatto a pezzi per decenza, dovrebbe fermare i cronisti. Certo, la Procura di Roma si è mossa dopo una segnalazione partita dallo stesso Csm, ha ricevuto un input dallo stesso Consiglio superiore della magistratura, ma la sostanza del problema non cambia. C’è un deficit di democrazia e c’è una diversa tutela dei poteri fondamentali dello Stato: da una parte la privacy delle alte cariche istituzionali viene fatta a pezzi quasi in diretta e di fatto si controlla chi entra e chi esce da Villa San Martino; dall’altra non si può raccontare nei dettagli una storia, vecchia fin che si vuole, ma contenuta negli atti della Sezione disciplinare e non in qualche rivista di gossip. Insomma, lo scudo, anche se a tempo, ce l’ha il potere giudiziario, non il Governo. Così alle critiche, legittime, sull’opportunità di rispolverare una storia lontana quasi trent’anni, si preferisce il blitz muscolare. Le perquisizioni e i sequestri. I calcoli svolti col metro del codice penale. E il codice puntella antichi privilegi. Mai cancellati.