«Il Pm non ha scritto tutti i reati» Killer in libertà per un cavillo

da Bari

Un vizio procedurale, un cavillo che ha pesato sul capo d’imputazione: per questa ragione un pregiudicato di 36 anni, Massimo Sileno, accusato di omicidio, è stato scarcerato e gli atti sono tornati alla pubblica accusa che all’epoca era rappresentata da Gianrico Carofiglio, ex sostituto procuratore antimafia di Bari, scrittore di noir che hanno scalato le classifiche dei libri più venduti e da pochi giorni senatore eletto nelle file del Partito democratico.
Le indagini riguardano un agguato compiuto il 29 aprile del 2003 a Barletta dove fu ucciso Luigi Corvasce, presunto affiliato al clan Cannito. Del caso si occupò la Direzione distrettuale antimafia di Bari, le indagini furono dirette da Carofiglio, magistrato noto per delicate inchieste contro la criminalità organizzata barese e foggiana. La vicenda è approdata in un’aula di giustizia, il processo si è svolto con rito abbreviato, ma non è stato possibile emettere la sentenza. Al contrario, adesso è tutto da rifare. Il motivo: un problema nel capo di imputazione. «Rilevato che il fatto accertato in atti è diverso da quello formalmente contestato agli imputati - scrive il gup nell’ordinanza - essendo stato del tutto omesso il riferimento al ferimento di Giuseppe Cafagna al piede sinistro avvenuto contestualmente all’omicidio di Luigi Corvasce e che a questa omissione non si può porre rimedio in questa sede s’impone la restituzione degli atti al pm e ne consegue la revoca della misura cautelare nei confronti dell’imputato». E così per Sileno si sono spalancate le porte del carcere.
Luigi Corvasce, considerato un personaggio di spicco della criminalità organizzata del Nord barese, fu ucciso in pieno giorno in un quartiere periferico di Barletta: tentò di rifugiarsi in una sala da barba, ma fu inseguito e assassinato con due colpi di pistola alla testa. Una vera e propria esecuzione, che riportò sulla città lo spettro della guerra tra clan e provocò grande allarme nella zona, considerata un’area particolarmente a rischio. Nell’agguato rimase ferito per errore un uomo che si trovava all’interno. I carabinieri avviarono indagini, gli investigatori imboccarono la pista del regolamento di conti. Furono arrestate e processate due persone e nel corso del dibattimento un pentito fece il nome di Sileno: per lui, giudicato con rito abbreviato, il pubblico ministero Carofiglio aveva chiesto trent’anni di reclusione, ma la sentenza non è stata emessa proprio per la mancata contestazione del ferimento nel capo di imputazione. Un’omissione che si è rivelata decisiva: il gup ha infatti disposto la restituzione degli atti al pm. E così sarà necessario un nuovo processo. E nel frattempo l’imputato è stato rimesso in libertà.