«Pm spiati»: lo scoop di Repubblica è un abbaglio

da Milano

Scoop di Repubblica: Gerardo D’Ambrosio e Gherardo Colombo, magistrati storici del Pool di Mani pulite, erano spiati da Telecom. Prima pagina di lunedì. Articolo dettagliato con nomi in codice degli spioni alle calcagna, fascicoli riservati, strutture segrete e altre amenità deviate. Ma la notizia bomba esplode senza far rumore. Nessuna agenzia rilancia lo scoop. Nessun commento. Nessuno scende a difesa dei paladini di Tangentopoli. Nemmeno Antonio Di Pietro.
Il mistero dura qualche ora. Poi dalla Procura arriva prima un soffio, poi un sussurro. La notizia sparata in prima pagina va un ridimensionata. La vicenda non è poi come appare. Per farla breve Repubblica sarebbe caduta nell'errore più insidioso per i giornalisti, ovvero l'omonimia. I due, D’Ambrosio e Colombo, non sarebbero rispettivamente l'attuale senatore dei Ds già procuratore capo di Milano e il giudice della Cassazione ex Pm del tribunale. Per il primo, D’Ambrosio, sembra ormai accertata anche l’identità del vero spiato, ovvero un imprenditore napoletano. Sul secondo invece gli accertamenti continuano. E siamo a lunedì pomeriggio. Dalla Procura, quindi, nessuna smentita ufficiale. Sarà poi «Il Velino», agenzia giornalistica della capitale, a lanciare per prima l’ombra del dubbio sullo scoop nella lettera che invia verso le 19, ponendo l’interrogativo sulla possibile omonimia che avrebbe fatto scivolare il quotidiano romano. Tanto che nessun telegiornale riprende la vicenda della spiata, più presunta che scandalosa, con un servizio.
Nemmeno l’indomani, ovvero martedì mattina, la notizia scandalosa di D'Ambrosio e Colombo spiati, pedinati, auscultati nelle loro faccende quotidiane, viene ripresa da alcun quotidiano. Se non in un inciso di un articolo del Sole-24Ore che riprende non lo scoop ma anzi la smentita ufficiosa espressa degli inquirenti. Insomma, omonimia. E su Repubblica? Zero. Non un articolo, un servizio. Nemmeno un trafiletto nelle cronache cittadine. Eppure... eppure il quotidiano di Ezio Mauro sulla vicenda Telecom-barbe finte non perde un colpo. Super-informato, super-approfondito. E soprattutto super-posizionato persino nel bacchettare le toghe se non investigano abbastanza, se non arrestano Tizio Caio o Sempronio. Anche con articoli che riguardano le presunte indagini illecite compiute sul proprio editore Carlo De Benedetti. E con articoli firmati da giornalisti loro stessi presunti spiati.
Ora, invece, di fronte a questo scoop che si affloscia ora dopo ora, la situazione scomoda viene gestita in quello che si ritiene il migliore dei modi. Ovvero il silenzio.
Certo l'errore di omonimia può capitare a tutti e noi lo sappiamo meglio di altri. Però le scuse, dopo, sono d’obbligo. Soprattutto quando per raccogliere la perplessità dei magistrati sullo scoop bastava andare a verificare in procura o all'ufficio dei gip. Bussando a qualche porta. Come quella di Giuseppe Gennari, ad esempio, che lunedì era il primo a mostrare ai cronisti giudiziari le proprie perplessità. Al quarto piano, poi, si invitava addirittura a non riprendere la notizia. Come dire, lasciamo perdere. E se non lo sanno loro i giudici, che sono i titolari dell'inchiesta, chi lo deve sapere?
Rimane da chiedersi come mai è uscita questa notizia, che rimane per gli inquirenti quantomeno tutta da verificare. Che poi proprio il giorno della pubblicazione, lunedì mattina, si sia tenuta l'udienza preliminare dell'inchiesta su Abu Omar, con il generale Niccolò Pollari ex capo del Sismi presente come imputato in aula, deve trattarsi di una coincidenza. Solo una mera coincidenza. Niente di più.
gianluigi.nuzzi@ilgiornale.it