Un po' affarista, un po' poeta. Ecco Napoleone visto da Arthur Conan Doyle

Torna in libreria dopo decenni "Lo zio Bernac", bellissimo e dimenticato romanzo storico del padre del giallo inglese

Nel 1897, Arthur Conan Doyle compiva i dieci anni trascorsi in ostaggio di Sherlock Holmes. Il travolgente successo del detective domiciliato al 221B di Baker Street, fin dall’inizio, cioè da A Study in Scarlet, aveva confinato il suo creatore al ruolo di scriba. Per i lettori, era come se il buon Arthur, ridotto al ruolo di dottor Watson in carne, ossa e calamaio, si limitasse a metter nero su bianco la cronaca di quanto accaduto veramente al loro eroe.

Insomma, il «figlio» aveva ucciso il «padre». Ma il «padre» ogni tanto si ribellava, e continuerà a farlo fino a quando avrà la forza di impugnare la penna. La sua vera passione, più che le inchieste poliziesche, era infatti il romanzo storico: ne scrisse a palate e in quel 1897, per esempio, fece un bel salto a ritroso, scomodando un personaggino mica da ridere: Napoleone Bonaparte. Uncle Bernac. A Memory of Empire (proposto ora da Donzelli, a oltre settant’anni di distanza dall’edizione Salani - pagg. 190, euro 22, traduzione di Riccardo Duranti - con il titolo Lo zio Bernac alla corte di Napoleone) è una vicenda fogliettonesca in cui compaiono alcuni capisaldi del genere: l’amore contrastato, il criminale (apparentemente) imprendibile, il buono che si rivela cattivo e viceversa, la lettera rivelatrice...

E a un certo punto compare anche lui, il piccolo duce còrso, del quale sono tratteggiati il carattere collerico e focoso, le manie di grandezza, le abitudini alimentari, i tic, la brusca galanteria. Siamo nel 1805, e il 36enne Napoleone ha già messo un bel po’ di fieno in cascina, campagna d’Italia, campagna d’Africa, autoincoronazione («ho trovato la corona di Francia per terra e l’ho tirata su con la punta della mia spada», dice) quando incontra il protagonista del libro, il giovane Louis de Laval, che ha da poco rimesso piede sul suolo francese dopo 13 anni di esilio in Inghilterra. Nel mirino di Sua Maestà c’è Londra, e per questo ha spostato il quartier generale a Boulogne, in Normandia. Da parte sua il baldo giovane, ansioso di recuperare il tempo perduto, vuol mettersi al suo servizio, nel nome dei propri nobili natali e della fidanzata Eugénie de Choiseul, rimasta a struggersi fra le brume del Kent.

Ma prima di essere presentato alla militaresca corte del colossale accampamento, Louis ha dovuto assaggiare la rabbia e l’orgoglio giacobini, incarnati da un suo coetaneo tanto bello quanto idealista e da un energumeno che a momenti gli spaccava con due dita l’osso del collo. Dopo avercelo infilato per mezzo di una lettera che richiamava il nipote in patria, a tirarlo fuori dai guai è stato lo zio Bernac del titolo, un tipo invero poco raccomandabile, visto che, grazie alla fuga dei de Laval, ha messo il cappello sui loro possedimenti di Grosbois.

«L’anima di un poeta e la mente d’un uomo d’affari è la combinazione ideale che può rendere un uomo un pericolo per il mondo», fa pensare Conan Doyle all’io narrante Louis dopo la presa di contatto con quello che era ormai il dominatore dell’Europa continentale. E qui, soltanto per un attimo, il romanziere cede il passo allo storico. Per il resto il racconto, ingentilito dalle presenze della cugina Sibylle, angariata dal padre-padrone Bernac, e della gelosa ma realista imperatrice Giuseppina, ha un finale che potremmo definire, in anglo-francese... demi-happy. Ai fan di Conan Doyle farà inoltre piacere ritrovare nel libro, come cicerone dell’acerbo Louis, una vecchia conoscenza: il brigadiere ussaro Etienne Gérard che, dopo l’esordio del 1884, fino al 1910 farà periodicamente capolino nella vastissima produzione dello scrittore. Gaudente, intrepido, fascinoso ed aitante, Gérard è quanto di più diverso si possa immaginare rispetto al glaciale e razionale Sherlock Holmes.
Del resto, è francese, e ogni francese, per un suddito di un’altra Maestà, quella Britannica, è sempre un guascone.