Un po’ di antifascismo, vero e senza retorica

Caro Granzotto, la lettera «7 in condotta dell’antifascista, astrofisica Hack», mi ricorda un episodio di scuola del 1943 di cui fui protagonista. Frequentavo l’ultimo anno della scuola dell’obbligo di avviamento commerciale. Alla fine dell’anno, nonostante meritassi di essere promosso, mi rimandarono a settembre perché non ero andato a ritirare la divisa di avanguardista che non volevo indossare. Già avevo un precedente di «indisciplina» con il regime fascista avvenuto l’anno prima. Al giornalista di regime Mario Appellius, che la sera alla radio commentava i bollettini di guerra, fece coniare un distintivo a forma di scudo come quello sabaudo con scritto: «Dio stramaledica gli inglesi». Tutti gli alunni dovevano portarlo all’occhiello della giacca. Al nostro professore di matematica, cattolico, quella frase apparve blasfema, perché Dio può giudicare e condannare ma non stramaledire. Pertanto ci invitò a buttare quel distintivo contro la «Perfida Albione». Io ubbidii subito, ma fuori dalla scuola litigai con un compagno di classe di tendenza fascista. Comunque dopo il tracollo del fascismo e la generale confusione, alla fine, senza esami, mi rilasciarono la licenza della scuola di avviamento commerciale, che, tra l’altro, mi ero pienamente meritata. A differenza della Hack diedi il mio piccolo contributo alla resistenza, sia pure cittadina, con il rischio di essere spedito in Germania perché preso dai tedeschi durante il coprifuoco mentre spiavo le ronde di notte per i renitenti alla leva. Non fui il solo, altri miei coetanei rischiarono grosso, ma senza vanto né gloria. Mica tutti possono essere degli Hack, citati dall’Unità.


Che bella lettera, la sua, caro Mariani e che ventata d’aria fresca porta nell’ammuffita soffitta della Vulgata. Con pochi tratti lei descrive un'Italia che è sconosciuta ai più, un’Italia che non compare nel Gran Libro della Resistenza e dell’Antifascismo, fatto di congiure, cospirazioni, guerra partigiana lassù in montagna, rappresaglie, via Rasella, di nuovo rappresaglie, fuoriuscitismo militante (ma pur sempre oltrefrontiera, al sicuro), liberazioni di città (al seguito degli Alleati), proclami, molti proclami. Il tutto riferito con cadenza stentorea, con grande spreco dell’aggettivo «eroico» e il martellante richiamo a un antifascismo che o è rosso o non è. Mentre c’era un’Italia, la sua, caro Mariani, che sapeva ribellarsi, senza poi farne ragione di martirio, alle gradassate del regime; che poteva contare su sacerdoti audaci, non so se antifascisti, ma intransigenti nel distinguere la propaganda dalla blasfemia. Su ragazzi come lei che correndo non pochi rischi facevano da palo agli amici che intanto stampavano clandestinamente - nell’oratorio, all’ombra di un crocefisso, non di un ritratto di Lenin - i manifesti della resistenza. E, ancora, su fascisti (quelli che poi sarebbero stati processati sommariamente e mandati al muro dai Moranino) i quali, rompendo il granitico patto d’alleanza e collaborazione con i camerati tedeschi, cavavano dai (grossi) guai chi avesse avuto la sventura di finire nelle loro mani. Tutto ciò senza in seguito, a cose fatte, menarne vanto e gloria, quando per le Margherite Hack è vanto ed è gloria l’aver preso un 7 in condotta per «antifascismo». Sette in condotta? Ma la Vulgata non afferma che per antifascismo ti facevano bere litri di olio di ricino, ti manganellavano, ti mandavano al confino o ti rinchiudevano in una cella ovviamente fredda e umida?