Un po’ arrugginito il «Tram» di Lorenzo Salveti

Il nuovo allestimento del testo di Williams guarda troppo al passato

Risale a circa sessant’anni fa la prima edizione di Un tram che si chiama desiderio di Tennessee Williams. La dirigeva Elia Kazan (artefice pure di una ben nota rilettura cinematografica) e nel cast figurava quel giovane Marlon Brando che, giunto con tre giorni di ritardo al provino perché ridottosi a viaggiare in autostop, sarebbe poi diventato il mostro sacro che fu.
Lo spettacolo debuttò a New York nel dicembre del ’47, rimase in scena per ben 855 repliche e assicurò all’autore, oltre diversi premi, il consenso unanime del pubblico e degli addetti ai lavori. Non per niente, già l’anno dopo, Williams venne in Europa per incontrare alcuni registi del Vecchio Continente decisi a portare in scena l’opera: Laurence Olivier, Jean Cocteau e il nostro Luchino Visconti, anima del celebre allestimento debuttato all’Eliseo nel ’49.
Ne firmava la traduzione Gerardo Guerrieri. Ed è proprio a questa autorevole traduzione che guarda quella, più moderna e asciutta, messa a punto da Masolino D'Amico per lo spettacolo di Lorenzo Salveti ora in cartellone al Quirino (repliche fino a domenica). Spettacolo dove Paola Quattrini ed Enrico Lo Verso sono Blanche Du Bois e Stanley Kowalsky: due mondi contrapposti che simboleggiano non solo lo scontro tra una femminilità fragile e sognatrice e una mascolinità selvaggia e pragmatica ma anche - e soprattutto - l’inconciliabile adesione tra vecchio e nuovo, civile e incivile, autoctono e straniero, morte e vita. La melanconica insegnante di letteratura inglese e il ruvido marito di sua sorella Stella (affidata a Carla Ferraro) sono qui due anime inquiete che si respingono per attrarsi come se, alla fine dei conti, avessero un disperato bisogno l’una dell’altra. Peccato però che, al di là di qualche passaggio originale e di un sapiente uso degli innesti musicali, questa operazione non riesca a convincere. La prova dei due interpreti risulta fin troppo monocorde e la vicenda sembra snodarsi sotto una patina superficiale che compromette l’implicita profondità del testo, enfatizzandone per paradosso gli aspetti più vecchi e datati.