Un po’ d’ironia e si dribblava il 2 novembre

Da Giraud ad Amaldi: il culto dei morti visto dagli artisti della tradizione meneghina

La sera di Ognissanti, ricordava il grande scrittore della scapigliatura lombarda Carlo Dossi, si mangiano le castagne allesso, e poi si dice il rosario.
Quanto siano cambiati cibo e preghiere per celebrare i defunti ed esorcizzare paure e i fantasmi del passato, ce lo dice oggi il rituale horror e insieme carnevalesco di Halloween. Zucche-lanterna contro lumini cimiteriali? Balli sfrenati contro dolenti genuflessioni? No, non è poi quella guerra che si crede e che molti penano addirittura di dover combattere.
A dettare le reazioni e i rituali di ogni tempo ci sarà sempre la ineluttabile alternanza di gioie e di dolori che accompagna ogni esistenza. L’è el dì di Mort, alegher! Quel verso di Delio Tessa, grande erede della poetica milanesità del Porta, ne è diventato per così dire un simbolo. Al punto da essere scambiato come un augurale saluto, il due novembre, fra i visitatori più «meneghini» del cimitero.
E proprio in questi giorni, riordinando una serie di settanta disegni inediti con i quali Cesare Amaldi «pittore, cartellonista, disegnatore di moda e grafico italiano della cerchia futurista» - come recita una scheda di Giulia Veronesi sugli Anni Venti - ha magistralmente raccontato il romanzo della sua vita, ho riscoperto la più festosa immagine di un funerale che abbia mai conosciuto.
Chi era dunque questo famoso nonno, al quale è stata appena restaurata l’antica lapide corrosa dal tempo? Anche per questo sono tornato a trovare Edoardo Giraud, attore e autore milanese degli scapigliati anni teatrali di Ferravilla e di Emma Ivon, nato nel 1839 e morto, cogliendo la Belle Epoque ma schivando la Grande Guerra, nel 1912. E mai come in questa circostanza, ripercorrendo quello spalto a ovest del Monumentale simile a un interminabile palcoscenico, e scendendo quella scala da entrée des artistes che conduce ai camerini, ho avvertito la curiosa e affascinante sensazione di poter bussare alla lapide di Edoardo Giraud come alla porta del suo camerino.
Sì, dev’essere proprio così: il loculo di un attore è il suo camerino per l’aldilà. Ma per sapere che cosa abbia rappresentato in terra «il Giràud» e quanto la memoria dei vili faccia ancora vivere i morti, nessuno può dirlo meglio di due grandi interpreti della milanesità: Piero Mazzarella e Carlo Maria Pensa: che mi hanno scritto e di cuore ringrazio.