Un po’ di Mirò nel segno immaginifico

Luisa Castellini

È una storia di genio e sregolatezza, ma soprattutto di arte, quella di A.R., il misterioso lettore del Giornale che, ormai regolarmente, da più di due anni, invia alla redazione di Genova scritti filosofici, teoremi matematici, schizzi «d'autore» e quadri. Una storia che è iniziata con lettere anonime, è proseguita con due timide iniziali, A.R., per arrivare poi al nome per esteso, fino a giungere all'indirizzo completo del mittente. Emergenza espressiva. È da questa esigenza, naturale ed immediata, che prende corpo l'impegno di A.R. nei confronti de Il Giornale. Un impegno ormai quasi quotidiano. Le buste prima e i pacchi in seguito - sempre più voluminosi - da anonimi hanno iniziato a essere siglati con delle iniziali che, alla fine, si sono sciolte nella dichiarazione della propria identità, a testimoniare una crescente fiducia nell'interlocutore cui però, fino ad oggi, A.R. ha negato il piacere del confronto, con un incontro o un'intervista.
Ma la sua musa ispiratrice non ha mai smesso di guidare la sua mente e la sua mano per creare tele di diverse forme e diversi colori. Anche il contenuto delle missive è mutato sensibilmente, spaziando fra diversi mezzi espressivi, in una sorta di progressivo avvicinamento alla sintesi. Dalle poesie agli scritti di filosofia. Dalle dissertazioni di carattere sociale e politico ai teoremi di natura matematica e fisica, per giungere, infine, all'espressione visiva. Ma tra gli scritti e le ricerche visive di A.R. non vi è una cesura quanto un filo conduttore: il segno. Quello che si profila, forse memore di antiche calligrafie, sugli spazi degli album, complice di un semplice pennarello blu con cui A.R. esegue i suoi schizzi. E, ancora, quello che guida il suo approfondimento dei maestri della pittura del secondo '900 negli studi e nelle tele. Il fittissimo corpus di lavori di A.R. si compone, infatti, con ordine meticoloso. Ogni album si apre con uno specifico tema e spesso con un richiamo a pittori quali Kandinsky o Mirò. Artisti accomunati da una ricerca ove il segno si carica di significato, delineando universi complessi e immaginifici. Forse è un autodidatta A.R. o forse no. Ma i suoi lavori paiono seguire le tappe che ogni studente dell'Accademia di Belle Arti percorre durante i propri studi.
«La conoscenza e l'approfondimento della storia dell'arte, antica, moderna e contemporanea, sono una tappa imprescindibile nella formazione degli studenti» ricorda Raimondo Sirotti, direttore dell'Accademia Ligustica di Belle Arti di Genova. «Dalla teoria si approda alla pratica, con i d'après e gli studi dal vero con i modelli. Il confronto con i maestri della pittura, della scultura e dell'architettura è indispensabile per sviluppare il senso critico dell'allievo e guidarlo a sviluppare la propria identità personale e quindi espressiva». Forse anche A.R., nei suoi lavori ove alle nature morte fanno da contrappunto tele che richiamano l'espressionismo astratto, è semplicemente alla ricerca del proprio segno, della sua cifra espressiva. Una lunga ricerca, ancora in divenire che, in qualche modo, passa anche da qui, attraverso le centinaia di lettere e di tele inviate al Giornale.