Un po’ di passato e tanto presente

Il tratto comune dei think tank che ho visitato è che per arrivarci ci sono sempre degli scaloni da salire. Quello della Fondazione Farefuturo - che fa capo ad An ed è presieduta da Gianfranco Fini - è la tipica rampa spaccapolpacci degli edifici del ’500.
Sorto alla fine XVI secolo, Palazzo Serlupi Crescenzi in via del Seminario è nel cuore della Roma politica. Di spalle ha la Camera, cento metri più in là il Senato. Dirimpetto, Palazzo San Macuto, sede delle Commissioni parlamentari bicamerali che in un glorioso passato indagarono inutilmente sui grandi misteri, da Moro a Sindona, e che oggi sono declassate a occuparsi dei rifiuti napoletani con lo stesso risultato: zero.
Al piano nobile c’è il think tank. Mentre mi inerpico, scende una leggiadra fanciulla che mi sfiora e prosegue la corsa. Ho la tentazione di invertire la rotta, ma continuo a salire ligio all’appuntamento.
L’anticamera della Fondazione è un bel biglietto da visita. Un’ampia sala dalla quale si intravedono saloni con alti soffitti. C’è una reception da Grand Hotel col bureau in cui si affaccendano, tra scartoffie e telefoni, un paio di ragazze. Chiedo di Diletta Cherra, la pr del think tank. «È scesa un momento», mi dicono. Dunque, era lei. Nell’attesa, senza dare nell’occhio, faccio un giro e ripasso mentalmente quello che già so di Farefuturo.
La Fondazione, di fresco conio, è in rodaggio. È nata nel maggio 2007 col patrocinio e la presenza di José Aznar, l’ex premier spagnolo di centrodestra, che ne ha una simile a Madrid, la Faes. Il think tank è la prosecuzione, ingigantita, dell’«Osservatorio parlamentare» e della rivista ideologica Charta Minuta, entrambi creature del deputato di An Adolfo Urso, ora segretario generale di Farefuturo, che le fondò un decennio fa.
Urso è un allievo dell’ex parlamentare del Msi-An, Domenico Mennitti, patito di riviste e think tank (è il padre del mensile Ideazione, oggi giornale telematico) che gli ha attaccato la malattia. Fu Adolfo a fare il colpo, tra genio e fortuna, di prendere in affitto col suo socio di allora, l’udiccino Francesco D’Onofrio, il mega appartamento, 400 metri quadri, che percorro lento pede.
«Ecco la biblioteca dei diecimila volumi», mi dico entrando in un locale che ha le dimensioni di un maneggio per corazzieri a cavallo. A perdita d’occhio, tomi del filone cattolico, liberale e della destra nazionale. Al pensiero di come è nata la biblioteca, rido forte, sperando di non essere sentito. Infatti, più che alla cultura, è un monumento allo scrocco. Per metterla in piedi, il duo Urso-D’Onofrio ha usato un marchingegno da Nobel. Con lo slogan «porta il libro che vorresti nella biblioteca della libertà», gatto e volpe hanno costretto abbonati e simpatizzanti di Charta Minuta ad andare in libreria a comprarlo. Così, si sono fatti gratis questo bendidio.
Leggenda vuole che primo testo a figurare sugli scaffali dieci anni fa, sia stato il Corano, dono del suddetto e cattolicissimo D’Onofrio, seguace dei Focolarini. Un’idea, quella della bibbia islamica, che se nulla aveva di liberale, anticipava però l’attuale confronto tra religioni. Oggi, Farefuturo ha ereditato la biblioteca.
«Eccomi» dice la bella Diletta venuta a recuperarmi. Spiega che è indaffaratissima con i «tavoli tecnici» sul programma elettorale del Pdl. Da giorni infatti si riuniscono qui nella sede esperti che sfornano idee su finanza pubblica, servizi ai cittadini, famiglia e l’immancabile «rilancio dello sviluppo», a uso dei candidati del centrodestra. Un tentativo di evitare ai politici il solito chiacchierume e fargli dire cose sensate in vista del 13 aprile. Il compito eroico è affidato a nuove leve di tecnici, età media 30 anni, che - divisi per gruppi in base alle competenze - si confrontano tra loro e traducono poi in pillole le conclusioni. Le pubblicazioni di sintesi sono a misura dei cervelli dei politici: linguaggio elementare e stampa a caratteri di scatola.
Questi seminari di esperti, i più capaci dei quali entreranno nel costituendo Comitato scientifico di Farefuturo, hanno avuto il battesimo di fuoco con la candidatura bis di Gianni Alemanno a sindaco di Roma. In 48 ore, hanno preparato la piattaforma elettorale dell’aspirante, rielaborando il programma 2006 che gli costò la trombatura contro Veltroni. Per carità di patria, non entro nei dettagli. Mi limito a dirvi che il piano di Alemanno potrebbe entusiasmare Bertinotti. Tra l’altro, prevede l’aumento punitivo dell’Ici per chi tiene le abitazioni sfitte.
Da quanto sopra, emerge la caratteristica propria del pensatoio di via del Seminario: il raccordo diretto con la pratica politica quotidiana. Niente astrattezze, pochi fumi e mani in pasta. Creare idee di pronta applicazione e una classe dirigente capace di farlo. È la conseguenza della matrice partitica di Farefuturo che nasce come costola di An e ha in Fini il politico protettore. In questo simile a Italianieuropei di Massimo D’Alema e per questo dissimile da Magna Carta e Liberal che abbiamo già visitato. L’impronta resta anche se oggi, dopo l’unificazione di An e Fi, il think tank è a disposizione dell’intero Pdl e raggruppa esperti e sostenitori tra cattolici e liberali, socialisti e incatalogabili, oltre ai finiani puri.
A riprova dell’aggancio immediato con la prassi politica, due fatti. Il primo sono i corsi che Farefuturo organizza a pagamento per formare i quadri di cui il centrodestra è sempre a corto. È la prosecuzione di un’iniziativa inaugurata da Urso con l’Osservatorio parlamentare dalla cui scuola uscì, per esempio, Francesco Tufarelli, capogabinetto di Rocco Buttiglione, ministro dei Beni Culturali del Berlusconi III. Corsi gemelli, per formare amministratori locali, partiranno a maggio in diverse città.
«L’altro indizio te lo do io», sorride Urso appena Diletta mi porta nel suo studio. Adolfo deve essere stato uno splendido bambino se ancora oggi, a 50 anni, è biondo, ceruleo e rosa come un morbido infante. «Alcuni promotori di Farefuturo - dice con orgoglio - sono candidati alle elezioni» e ne fa l’elenco: l’attore Luca Barbareschi, Anna Maria Bernini, legale della vedova Pavarotti, Catia Polidori, imprenditrice e Sergio Vetrella, scienziato. Aggiunge la giornalista Fiamma Nirenstein, ospite fissa dei convegni del think tank, «anche lei nelle liste in quota An».
«Quanto ti costa la baracca?», dico passando al sodo. «Due milioni l’anno. L’appartamento, che è un vecchio affitto, seimila euro il mese», dice. «Da dove viene la grana?», chiedo. «Dagli oltre 2000 soci. I benemeriti e i sostenitori sono 230. I primi versano una quota da 25 mila in su, i secondi 10mila. I soci ordinari ne pagano 500 l’anno».
Adolfo si alza cinque minuti per vedere come procedono i lavori del «tavolo tecnico» di oggi. A intrattenere l’ospite gli subentra il braccio destro, Mario Ciampi, coordinatore organizzativo, molto vicino a Fini. È un trentunenne di perdute origini toscane e una lontana parentela con Carlo Azeglio. Lui però è nato nella San Giovanni Rotondo di Padre Pio e ha due lauree, in Filosofia alla Lateranense e in Scienze politiche. Ha il pallore di che è dedito alla causa, infatti passa dodici ore al giorno in via del Seminario. Oltre a seguire ciò che vi ho raccontato, ha voce anche sul mensile Charta Minuta e sul trimestrale Farefuturo che debutterà in luglio.
Sta per parlarmene, ma entra a proposito il direttore designato della rivista, Filippo Rossi, gigantesco quarantenne già capufficio stampa dell’ex ministro di Fi Claudio Scajola. Chiacchierando apprendo nell’ordine che direttore editoriale delle iniziative giornalistiche è il finiano e patito free climber, palestra e roccia, Angelo Mellone, già editorialista del Giornale, oggi del Messaggero; che il direttore scientifico degli studi, «tavoli tecnici», ecc. è Alessandro Campi, docente a Perugia; e che di imprescindibile importanza è il segretario amministrativo (dané), Pierluigi Scibetta, fedelissimo del solito Fini ed ex cda di Enel.
Ho già la testa nel pallone quando rientra Urso che pimpante annuncia: «Tra breve usciremo con tre “Rapporti” annuali sull’Italia», che, se ho ben capito, assomiglieranno a quello del Censis di Giuseppe De Rita. Visto che sono in ballo, chiedo particolari. I settori saranno due, «l’integrazione e le donne», coordinato da Valentina Cardinale e «l’Italia nel mondo», diretto da Paolo Quercia. «Chi è Quercia? L’ho già sentito», dico. Urso si illumina. «Un fenomeno che parla quattro lingue e ha sposato la figlia di Joerg Haider». «Ma va! Il discusso governatore della Carinzia?». «Esatto. Sono stato al matrimonio in Austria e l’ho conosciuto. Sapessi che timidone, peggio di me», dice Adolfo che aggiunge: «Tornando a noi, c’è un’altra iniziativa di Farefuturo di cui...». «Nooo» grido e ho un mancamento.
Diletta capisce che l’alternativa è tra chiamare l’ambulanza, ma perderebbe tempo, o accompagnarmi alla porta. Sceglie la seconda e torna al «tavolo tecnico».
(3.Continua).