Un po’ di pessimismo fa bene alla Storia

Scriveva quarant’anni fa Giuseppe Prezzolini nel suo Manifesto dei conservatori che «direttiva fondamentale» del pensiero non progressista doveva essere il pessimismo, ovvero il rifiuto di ogni fede nelle magnifiche sorti dell’umanità. Non parrà strano che ai nostri giorni il britannico Roger Scruton, principale esponente del conservatorismo europeo sul piano culturale, abbia dedicato il suo ultimo saggio proprio a quel concetto, pur senza citare mai il predecessore italiano.
Del buon uso del pessimismo (e il pericolo delle false speranze), in libreria dal 4 novembre (Lindau, pagg. 230, euro 23; traduzione di Diana Mengo) è infatti un brillante pamphlet contro tutte le illusioni (soprattutto) delle sinistre. Proprio nell’eccesso di «ottimismo senza scrupoli» Scruton scova gli errori di giacobini e futuristi di ieri e di oggi. Non si tratta di accantonare la speranza, che rimane una virtù cardinale, ma di considerare come la speranza, «separata dalla fede e non temprata dall’evidenza della storia» possa essere molto pericolosa.
Meglio allora coltivare un po’ di sano e ironico pessimismo, un realismo disincantato che argini le fallaci pretese di cambiare il corso della storia e «trasformare il mondo». Il pessimista confida invece nei cambiamenti lenti, nelle istituzioni ereditate dagli antichi, nelle tradizioni e nelle consuetudini. Fra i tanti nefasti ottimisti incalliti Scruton mette i fanatici delle tendenze «post-umaniste» o «transumaniste» che intendono superare i limiti posti dalla natura alla finitezza delle creature, i sostenitori della «pianificazione economica», gli araldi dello «spirito del tempo» sempre innamorati acriticamente delle novità e gli ingenui fautori del multiculturalismo. Lo stesso terrorismo omicida, quello delle Brigate Rosse come quello di Al-Qaeda, a ben vedere, è una forma di ottimismo che pretende di migliorare il mondo per mezzo della violenza più o meno mirata.
Dovendo indicare il capostipite di tutto questo tragico ottimismo moderno, Scruton dedica molto spazio a Rousseau che teorizzava la natura incorrotta del «buon selvaggio» traviato poi dalla cultura. Questo oblio del peccato originale eretto a sistema fece molti seguaci fra i rivoluzionari francesi e i loro discendenti comunisti e nazisti impegnati nella distruzione del mondo e dei valori che, a sentir loro, corrompevano gli uomini. Se la realtà non si adeguava ai sogni, ai progetti, ai piani quinquennali, tanto peggio per la realtà, per i realisti e per i pessimisti.