Poca chiarezza sull’orlo del baratro

Domenica prossima al Carlo Felice ci sarà l'ultima recita di «Andrea Chénier». Ultima di stagione o ultima in assoluto, questo è ancora tutto da vedere. Del resto, già noto ai più è il rapporto di quest'opera con la nostra città. Nel 1941, durante il bombardamento, l'opera allestita al Carlo Felice era proprio «Chénier»; e nel 1991, l'ultima opera rappresentata sul palco del Teatro Margherita prima del trasferimento alla nuova sede di Piazza De Ferrari fu ancora lui, il «famigerato» Chénier, dopo di che il Politeama chiuse per sempre.
Insomma, visto che proverbialmente non c'è due senza tre, ci sarebbe da temere il peggio. Dico subito però che spero non sia così. Un teatro non può e non deve chiudere, perché potenzialmente è ancora un baluardo di cultura, quella cultura che si oppone, tanto per dirne una, a tanto appiattimento televisivo e che insegna alle giovani generazioni a pensare. Certo, ho detto potenzialmente. È vero purtroppo che un teatro in questo modo non può andare avanti, e che ci sono pesanti responsabilità, varie e ben distribuite. A partire dagli scioperi. L'errore più grosso dei lavoratori è stato quello di non mettere da subito sopra a tutto la questione Fondo Pensioni, che è un problema reale, indiscutibile e che ha sicuramente origine da sciagurate gestioni del passato. E che ora è la minaccia più pericolosa per la vita del teatro. Ma dagli scioperi degli ultimi due anni questo non è mai venuto fuori, tanto è vero che molti genovesi non hanno capito che si protestava per il Fondo, visto che fiorivano le motivazioni più assurde, tra cui spifferi ed altre amenità. Prova altra ne sia che il Commissario Straordinario Giuseppe Ferrazza è stato chiamato da Marta Vincenzi per risolvere altri problemi, nonostante la questione Fondo fosse già in pieno scalpore. Quindi c'erano anche altri problemi. Erano davvero così ingestibili da giustificare un commissariamento, visto che ora sembrano essersi volatilizzati? Un Commissario non sarebbe più utile ora, con la minaccia del fallimento? E invece questa carta ce la siamo già giocata, un po' per «incapacità gestionale della sindaco», come afferma Nicola Lo Gerfo della Fials, un po' per scarsa informazione al pubblico da parte di chi ha scioperato. Così il tempo stringe: alla fine di aprile, se non cambierà nulla, Ferrazza porterà i libri contabili in tribunale, e allora non ci sarà più scampo, si arriverà alla liquidazione coatta amministrativa: 300 persone licenziate, teatro chiuso definitivamente.
I sindacati però non mollano: ieri tre dipendenti del teatro hanno iniziato lo sciopero della fame, circondati dalle manifestazioni musicali dei colleghi. E non è tutto. Martedì prossimo ci saranno due cortei con partenza da Largo Pertini, verso la Regione e verso il Comune; il tutto accompagnato da atti scenici e teatrali, con in più una raccolta di firme rivolta alla cittadinanza. «Non ci bastano più le promesse - tuona Lo Gerfo - ora aspettiamo i fatti. Ci deve essere la volontà politica da parte delle istituzioni di risolvere questo problema. Se non avremo risposte entro la metà del mese, inizieremo una serie di iniziative plateali». Che vuol dire, in primis, occupazione del teatro e autogestione. Con risultati imperscrutabili.