La (poca) cultura di noi Playboy

Stenio Solinas

All’inizio degli anni Sessanta, al mercato nero della mia scuola media, scuola privata, di soli maschi, di preti, un numero di Playboy valeva, a scelta e/o in combinazione, una quantità spropositata di figurine di calciatori, una settimana di merende, sette macchinette Politoys, tre scatole di soldatini in metallo della Wehrmacht... A casa mia Playboy arrivava mensilmente nel pacco Nato di Camp Darby destinato a mio padre, allora ufficiale dei paracadutisti a Livorno, e da lui mai aperto e rispedito a casa. C’erano i cosiddetti generi di conforto, cioccolato, biscotti, carne in scatola, bacon affumicato, c’erano bottiglie di bourbon, Four Roses, Jack Daniel’s, di gin, Gordon’s, bottigliette di Angostura e strani liquori colorati, Curaçao credo fosse il nome, bianco perla, verde smeraldo, azzurro acquamarina, probabilmente destinati alla gentile signora del comandante... E poi, appunto, incellofanato in una busta trasparente c’era, abbinata con il National Geographic, la rivista grazie alla quale a scuola facevo il signore.
L’impossessarsi di quei numeri non era stato facile. Mio fratello Raoul, più grande e già al liceo dove studiava inglese come lingua straniera, aveva impapocchiato nostra madre con qualche nome di scrittore famoso presente sulla rivista e citato, diceva, anche dal suo professore, oppure mia madre aveva fatto finta di crederci. Sta di fatto che finivano sottochiave in camera sua, ma Raoul aveva già la ragazza ed era buono e, posto il divieto su alcuni numeri, per tutti gli altri mi dava il «diritto di vendita».
Per un ragazzino di dodici, tredici anni, quale allora ero io, le donne erano fondamentalmente le mamme, poi c’erano le ragazzine coetanee, ma il fascino di un corpo femminile era ancora qualcosa di inespresso e di incompiuto. Che poi quel corpo lo si potesse vedere nudo in fotografia, be’, lì si aprivano aurore mai viste che non potevi sapere dove ti avrebbero portato... Nell’attesa facevo il mercato nero di Playboy, con la finta sicurezza di chi, essendo abituato a tutto quel ben di Dio, può anche disfarsene dietro congruo compenso.
Su un numero della rivista mio fratello fu irremovibile, e me lo ricordo ancora. Conteneva un servizio su Sylva Koscina, la prima italiana a posare per Playboy (non fatevi ingannare da chi cita la Lollo o la Loren, quelli erano scatti cinematografici, immagini da set, niente a che vedere): ai bordi di una piscina, bagnata, i capezzoli resi turgidi dall’acqua, un’orchidea fra i capelli, un bellissimo, un po’ malinconico sorriso. Doveva essere in un momento delicato della sua carriera.
A un ragazzo d’oggi, a cui il sesso, per quanto ne vede, esce dalle orecchie, ciò che ha letto finora sembrerà preistoria. Al Festival di Cannes appena conclusosi, uno dei film presentati, «Shortbus», fra le varie scene di coito multiplo di cui si compone ha la sua apoteosi in un trittico omosessuale maschile in cui un attore usa il pene dell’altro come un microfono per intonare «God Bless America», l’altro gli fischietta lo stesso motivo fra le natiche, il terzo si masturba seguendo il ritmo... L’idea che ci sia ancora qualcuno che possa eccitarsi vedendo una donna nuda su un rotocalco è, almeno per l’Occidente, surreale.
Playboy ha come data di nascita il 1953, dieci anni prima, più o meno, del «mercato nero» sopra ricordato, dieci anni avanti di fatto sull’evoluzione del costume italiano. La Marilyn Monroe che tenne a battesimo il primo numero muore suicida proprio allora, mentre da noi le gemelle Kessler danzano e cantano «Da da-umpa», il ministro democristiano Guido Gonella critica «Studio Uno» e «Tribuna politica» «perché introducono Togliatti e le ballerine nel cuore delle famiglie italiane», la Corte Costituzionale decreta che l’adulterio è punibile solo se è la donna a commetterlo, al cinema si sequestra «Viridiana» di Buñuel e si censura «L’ape regina» di Ferreri.
È un Paese strano il nostro in quei primi Sessanta. Nasce il Gruppo 63 e muore Papa Giovanni, 10mila persone aspettano l’arrivo di Rita Pavone davanti alla Rinascente di Napoli e Carmelo Bene recita Pinocchio nei teatri d’avanguardia, c’è «Bonanza» in tv, Diabolik e Kriminal in edicola, «Il sorpasso» e «Divorzio all’italiana» sullo schermo, la bicicletta Graziella sulle strade.... Gigliola Cinquetti canta «Non ho l’età», ma già un anno dopo c’è il Piper, arrivano i Rokes, Franca Viola, rapita dal fidanzato, rifiuta il matrimonio riparatore e lo denuncia, l’Inter è per la seconda volta campione intercontinentale di calcio.
C’è un gran ribollire, insomma, un miscuglio di nuovo che avanza e di vecchio che resiste, di pruriti sessuali e di moralismo e il ragazzino che si ritrova Playboy nel pacco viveri Nato è lo stesso che, adolescente, compra all’edicola, edicolante complice perché la vendita è vietata ai minori, il primo numero di Men, nome americano per l’italianissima creatura di Adelina Tattilo, dove, per la prima volta, il nudo di donna è in copertina e all’interno... Quello che viene, più o meno in contemporanea con le prime minigonne e la rivista «La Zanzara» del liceo Parini si chiama contestazione. Ma questa è un’altra storia.
Ciò che fece di Playboy un’icona del made in Usa spiega anche però la sua impossibilità come icona del made in Italy. Periodicamente, ovvero ogni volta che Hug Hefner, il suo creatore, festeggia gli anniversari di una terza età longeva, i settanta, i settantacinque, e ormai gli ottanta, addirittura con una festa a Roma, siamo seppelliti dal combinato disposto della pacchianeria da un lato, un vecchio in vestaglia color salmone che brinda a champagne con bellissime sventole nude sul bordo di una piscina a forma di cozza, dalla sottolineatura dall’altro del peso giornalistico e culturale che la rivista ha esercitato per decenni: articoli di Norman Mailer, di Vladimir Nabokov, di Capote e di Kerouac, interviste con capi di Stato, attori, filosofi, grandi fotografi, il giornale che in Vietnam ricordava ai marines la madre patria, la testata che ha accompagnato e raccontato il cambiamento di una nazione.
Sotto questo punto di vista, da noi Playboy non attecchì mai. La versione italiana ebbe vita grama, sia che cercasse di dirigersi verso l’alto sotto Oreste del Buono, sia che cercasse il volo in quota sotto Paolo Mosca. In un Paese dove si legge poco, gli scrittori americani probabilmente costavano troppo in traduzione e quelli italiani non li pareggiavano in attrazione. Una qualità di contenuti resa possibile dall’alta tiratura in lingua inglese diveniva un «vorrei ma non posso» e, insomma, non c’era partita.
E tuttavia è possibile anche una spiegazione più psico-sociologica, se vogliamo. È che da noi il binomio sesso-cultura non funziona, non ha mai funzionato. Sarà che del primo eravamo troppo affamati e tuttavia però, per storia pregressa, troppo buoni conoscitori, sarà che non cercavamo alibi ed eravamo meno ipocriti, l’idea che una bella ragazza nuda dovesse essere nobilitata dalla firma, che so, di Italo Calvino, ci sembrava una soperchieria e una vigliaccata. Non volevamo leggere lui, ci bastava guardare lei. Si dirà che l’una cosa non esclude l’altra, ma il fatto è che da noi avvenne allora tutto troppo in fretta e non c’era tempo per elaborare una filosofia ad hoc: abolimmo le case chiuse nel 1958 e dieci anni dopo Moravia scriveva già «Io e lui», il famoso dialogo del... Nel 1965 circolavano 5 milioni di automobili, ma già a partire dal 1968 la sola Fiat ne vendeva ogni anno un milione e mezzo, ancora nel ’58 la polizia poteva chiudere un ristorante romano, il Rugantino, perché a una festa privata la ballerina turca Aich Nanà si era spogliata, ma nel ’70 c’è già lo scandalo dei coca-party al Number One.
Passavamo, insomma, da un eccesso all’altro, dal caso Braibanti alla legge sul divorzio, dal sequestro per oscenità di «Blow Up», Palma d’oro al Festival di Cannes, ai topless sulla spiaggia, dagli hotpants al femminismo duro e puro... Quello che prima era visto come una liberalizzazione dei costumi, subito dopo diventava un atto d’accusa al maschio stupratore... Fra erotismo, arte e pornografia, il nudo non trovava insomma la linea di confine giusta in cui posizionarsi, quella che permettesse di guardare senza sensi di colpa o giustificazioni intellettuali: e inoltre c’era anche l’idea della mercificazione del corpo femminile, del «commercio della carne», della dignità calpestata. Che una donna italiana potesse identificarsi nella coniglietta di Playboy era considerato offensivo, che un uomo italiano potesse credere esportabile quel modello, era un non senso.
L’impero di Hefner, mezzo secolo dopo, è ancora in buona salute, anche se la rivista, ormai, è la ruota di scorta di un sistema multimediale, video, film, siti internet, merchandising... Da noi non andò mai al di là del marchio e, passato il primo momento di sudditanza, quando eravamo poveri ma belli e per di più sconfitti, fu l’aspetto grottesco a decretarne l’inesportabilità: le pin up, le playmate, i grembiulini, le crestine e le tette da esposizione... roba da bambini mai cresciuti, da americani, appunto. Cominciammo insomma a non sentirci più in stato d’inferiorità, in fondo l’«Ars amandi» l’aveva scritta Ovidio, mica Guy Talese, e fra Settecento, Ottocento e Novecento la dolcezza del vivere e la libertà dei sensi gli anglosassoni erano venuti a cercarla in Italia... Cosa volevano e/o potevano insegnarci, in fin dei conti? Rimane memorabile la risposta di quel nobile romano a un hippie americano a metà degli anni Settanta: «Quando voi stavate ancora nelle capanne, noi eravamo già froci».
Stenio Solinas