Poca neve, caldo e nebbia fitta Il Circo bianco in crisi d’astinenza

Residente a Montecarlo, viveva ancora a Lucca Per evitare il processo deve versare 1,5 milioni

da Wengen
Cronaca disperata di un venerdì di gennaio a Wengen, perla dell’Oberland bernese, luogo di sogno dove non circolano automobili e l’inverno di solito è bianco vero. Di solito, non ora: le stradine pedonali sono diventate cascate di acqua fangosa, i turisti si aggirano sconsolati trascinando gli scarponi sull’asfalto, la stazione del trenino che sale al belvedere sotto la Jungfrau è affollata di gente che si guarda attorno senza fretta, a che serve salire con questa nebbia?
La gara di supercombinata è stata annullata fin dal mattino, di spettatori ne sono saliti pochi, quelli che lo hanno fatto vagano alla ricerca di qualche passatempo. Bode Miller che assieme ai compagni di squadra lancia la sfida ai canadesi (a hockey, su ghiaccio rammollito) è il più divertente. Davide Simoncelli, che in mattinata aveva fatto le valigie, era sceso in treno a Lauterbrunnen e stava viaggiando in auto verso casa, viene avvisato che domenica, forse, chissà, magari, la supercombinata potrebbe essere recuperata e deve quindi far retromarcia e riprendere il treno per tornare su. Peter Fill, in albergo, si concede ai giornalisti stranieri che cominciano ad interessarsi della sua vita: «Mi piace, vuol dire che ho fatto qualcosa di buono, più popolarità significa anche più soldi e quando smetterò di sciare magari potrò anche permettermi di non lavorare più!». Sogni. Come quelli di Aksel Lund Svindal, che ha finalmente ammesso di pensare alla coppa del mondo generale, forse anche perché Benjamin Raich finge di ritenere irrecuperabili i 181 punti che lo separano in classifica dal norvegese. Parole. Come quelle in libertà del dt azzurro Flavio Roda, davvero depresso per la situazione assurda della federazione italiana, senza una guida, senza un progetto, senza un futuro? «La guida per lo sci alpino in questo momento sono io, ma a tutto non riesco a stare dietro, la situazione è drammatica come mai. Ci diamo tutti da fare, ma ogni tanto farebbe piacere avere qualcuno che ti dice bravo, hai fatto bene, o anche no, hai sbagliato tutto».
Spiace perché lo sci, nonostante questo inverno che non è tale, tira sempre: gli ascolti in televisione sono stati finora ottimi, in Italia e all’estero, grazie a gare spettacolari e divertenti.
Oggi a Wengen dovrebbe disputarsi la discesa del Lauberhorn, sulla pista di gara più lunga del mondo, quattro chilometri e mezzo che giovedì mattina ho percorso assieme agli atleti, perdendomi nel panorama impressionante di Eiger, Monch e Jungfrau, e godendomi le facce spaventate di chi per la prima volta si affacciava sul salto dell’Hundschopf, saggiava il ghiaccio alla Minschkante o arrivava fuori tempo massimo alla Esse finale, perché un’ora e mezzo di ricognizione su una pista tanto lunga e ricca di passaggi chiave non basta. Ma la discesa si farà? Dipende solo dal cielo, per oggi è previsto sereno, ma si teme che la nebbia e il caldo abbiano rovinato il fondo. Il timore più grosso è per la pista dello slalom, una striscia di neve marroncina in mezzo ai prati verdi. Se la discesa oggi saltasse, si recupererebbe domani, l’alternativa è la supercombinata, con la manche di slalom sulla parte finale della discesa. «Voi siete troppo giovani per ricordare, ma vi assicuro che anche negli anni Sessanta abbiamo vissuto inverni simili a questo» assicura Karl Schranz, leggenda dello sci austriaco che qui vinse quattro volte la discesa, «su una pista ancora più stretta e senza neve di così, con le due o tre reti messe nei punti critici che avevano anche dentro dei buchi, eppure all’Hanegg schuss ho toccato i 135 orari».