Pochi capi, bombe rudimentali: il nuovo volto della rete di Osama

Alcune decine i militanti operativi di alto livello. Gli obiettivi vengono decisi al vertice, ma le modalità di attuazione sono delegate alle cellule

Andrea Nativi

L’attentato multiplo condotto dai terroristi a Sharm el Sheik offre due possibili letture. Sul piano strategico rientra certamente nella «campagna d’estate» scatenata da Al Qaida, un’offensiva che purtroppo gli analisti più accreditati non ritengono conclusa. La centrale transnazionale del terrorismo, pur essendo ridotta, secondo stime attendibili, ad alcune decine di militanti di alto rango, che hanno problemi a spostarsi, comunicare e ad agire liberamente, riesce comunque a colpire per interposta persona, correndo pochi rischi diretti, fornendo coordinamento e al più sostegno tecnico e ricevendo in cambio un immenso «credito» politico-mediatico, soprattutto presso il proprio pubblico di riferimento, che non è certo quello occidentale.
Il modello operativo è di tipica derivazione militare, prevede una pianificazione e direzione centralizzata, e una esecuzione decentrata, con largo margine di discrezionalità per i gruppi collegati. Non per questo si deve ritenere che la filiera terroristica sia poi così sofisticata: è tipico dell’approccio statunitense ipotizzare l’esistenza di un equivalente islamico della Spectre di bondiana memoria, con relativi complessi e costosi strumenti del terrore, quando in realtà sia i piani e il personale impiegato, sia gli equipaggiamenti e gli esplosivi, non sono molto ingegnosi, anzi spesso rozzi. Ma non per questo meno efficaci.
L’attacco in Egitto soddisfa anche una strategia tattica «locale» volta alla destabilizzazione del regime laico, autoritario e filo-occidentale di Hosni Mubarak. Non è casuale che le bombe siano state fatte esplodere non solo contro un albergo utilizzato dai «pagani crociati», ma anche in zone, compreso il bazaar, dove avventori e visitatori sono in misura preponderante egiziani o arabi. E il bilancio delle vittime lo conferma. Alla «manovalanza» terroristica è stato fatto credere che i bersagli erano sionisti, cristiani, ma per avere un vero impatto sull’opinione pubblica egiziana le vittime non potevano essere solo straniere. Con l’avvicinarsi delle elezioni, previste per settembre, la tensione sta crescendo in Egitto. Mubarak è sottoposto a discrete pressioni per concedere almeno una parvenza di democrazia, placando così le anime belle che in Europa e negli Usa hanno qualche remora a sostenere un «faraone» brutale, con velleità dinastiche. Al tempo stesso non può permettersi di allentare troppo la presa che servizi e forze di sicurezza mantengono sul Paese, impedendo alle fazioni islamiche più o meno accese un ruolo che non sia marginale, al di là della effettiva presa popolare.
L’attentato di Sharm crea ora un duplice problema a Mubarak: innanzitutto compromette la vitale stagione turistica estiva proprio al suo picco. E l’Egitto, che dal turismo ottiene 6,6 miliardi di dollari all’anno, investimenti in valuta e centinaia di migliaia di posti di lavoro non può permettersi un tale disastro. Le conseguenze degli attentati di Luxor del 1997 furono micidiali per l’economia del Paese. In secondo luogo l’attentato dimostra al popolo egiziano che il Raìs non è affatto invincibile, che le sue forze di polizia, nonostante fossero in allerta e attendessero l’attacco, sono risultate impotenti e non sono in grado di garantire la sicurezza degli egiziani, più che dei turisti. In poche parole, Mubarak esce indebolito dall’attentato e dare segno di debolezza è estremamente pericoloso per i governanti di qualunque Paese islamico.
Ecco perché i terroristi si aspettano una reazione furiosa e micidiale da parte dal raìs (lo dice lo stesso messaggio di rivendicazione delle brigate Abdallah Azzam, che ha discreta credibilità, quando fa riferimento alle «fruste dei torturatori d’Egitto»). Ma la repressione alla vigilia delle elezioni può essere controproducente. La ennesima débâcle delle forze di sicurezza egiziane pone poi più di un dubbio nella comunità intelligence sulla effettiva fedeltà delle stesse, malgrado le purghe e gli stretti controlli. Una prospettiva inquietante, perché tutto l’Occidente vuole, fuorché un Egitto in deriva fondamentalista o privo di controllo.