Pochi i diritti per i figli naturali Divorzi più difficili

La riforma della legge attuale risale al 1975

Stefania Malacrida

Non solo «omo». È variegata la galassia dell’oltre un milione di italiani che vivono come «coppia di fatto». Separati in attesa di divorzio. Oppure persone con già alle spalle un «sì» all’altare, che non se la sentono di riaffrontare il rischio di un matrimonio. Oppure semplicemente conviventi. Ma poi la vita fa il suo corso, ciò che era precario diventa definitivo, magari arrivano i figli. Che di fronte alla legge restano pargoli di serie B.
C’è ben poco nell’universo legislativo che tuteli le unioni non benedette dal matrimonio, religioso o civile che sia. Per trovare qualcosa, bisogna tornare indietro di trent’anni. Quando la riforma del diritto di famiglia del 1975 mandò definitivamente in soffitta la dicitura di «figlio illegittimo», a favore di quella più politically correct di «naturale». Per quei tempi, improvvisamente modernizzati dalla legge sul divorzio, fu una vera rivoluzione. La norma portò a un’equiparazione tra fratelli e fratellastri quasi totale. Quasi, appunto. Perché «in caso di eredità - spiega Marina Marino presidentessa dell’Associazione avvocati per la famiglia - solo i cosiddetti “legittimi” hanno appannaggio completo sui beni immobili. Se vogliono possono riservarsi di dare ai loro fratellastri una somma equivalente in denaro». È lunga la lista delle sottili differenze tra genitori divisi «di fatto» e quelli che lo Stato considera «doc». «Mentre a due ex coniugi sposati - prosegue Marino - basta un solo giudizio per dirsi addio, gli ex conviventi dovranno affrontare due cause: una per l’affidamento dei bimbi, l’altra per eventuali questioni economiche». Sempre che ce ne siano, visto che la legge oggi non prevede nulla. Tutto è demandato a patti privati tra i due partner. Ma sono molti i casi in cui gli accordi stretti tra l’«io» e il «tu» del microcosmo affettivo non riescono a fare breccia nel macrocosmo dei vari codici giuridici. Una montagna di norme e cavilli, sui cui troneggia l’articolo 29 della Costituzione, che riconosce come unica vera famiglia quella basata sulle nozze. Per chi è fuori niente pensione reversibile, niente eredità, niente informazioni sulla salute del partner in ospedale.
La lista dei «niet» è ancora più dura in caso la coppia si sfaldi, o peggio uno dei due muoia: la parte più debole non è tutelata in alcun modo, né da assegni familiari, né da sostegno, né da abitazione. L’unico passo avanti lo si trova in una sentenza della Corte costituzionale di fine anni Ottanta. Vi si riconosce il diritto per il figlio naturale a subentrare nel contratto d’affitto in caso di morte del genitore. Ma la presidentessa Marina Marino mette in guardia: «Non è una legge, ma una sentenza che ha giudicato incostituzionale una misura precedente».