Pochi intimi per il «Cinese» nel quartiere della nonna

È la prima, è il debutto. Il «Cinese» versione Zena sbarca in città. Niente lustrini, mantiene il basso profilo, non ci sono neanche i manifesti elettorali ad annunciare la prima orazione politica del sindaco uscente di Bologna, quello che cinque anni fa doveva essere l’uomo che avrebbe rilanciato la sinistra. Ci sono tanti volantini a colori attaccati ovunque nel quartiere, nei portoni, sulle cabine del telefono, sui muri dei palazzi. Appuntamento alle 10 della domenica in via Paolo della Cella 271.
Strada lunga e stretta, parcheggi pochi. Ma, a sorpresa, non c’è pienone, l’auto la posteggi senza problemi. A poche centinaia di metri la chiesa di Santa Barbara suona le campane per la Messa. Salendo da Principe, senza sapere dove sia la sede dell’appuntamento, seguendo le macchine si finisce sul sagrato della Chiesa: là c’è più afflusso. Perché ad assistere al debutto nella politica genovese del «Coffe» ci saranno trenta persone e nessun giovane. Anzi, uno sì, fin troppo giovane. È Edoardo, il figlio di Sergione, accompagnato da mamma Raffaella. Corre mentre papà parla agli elettori, lo disturba a distanza chiamando «Papà, papà» nonostante i rimbrotti della madre. È la nota simpatica della mattinata, perché il tono di Cofferati è dimesso, ma serioso. Non una battuta a strappare un sorriso a chi è intervenuto nel giardinetto del circolo pidino sulle alture della città.
Il responsabile della sede di Oregina la butta lì la tematica moschea, dando un colpo al cerchio («il luogo di culto non ci spaventa», ed uno alla botte («con la moschea arrivino nuovi servizi per il quartiere e arrivino subito»). Sergio sfiora appena l’argomento, parla della campagna elettorale fatta con pochi soldi e una maggiore necessità di correre da una parte all’altra del collegio in un arco di tempo limitatissimo, lo avvicini gli sussurri se si ricorda di un certo che disse di farsi definire «Ciarlatano» e ti argomenta: «Ho scelto Genova per vivere perché non potevo chiedere ad un bambino di farsi 600 chilometri ogni settimana per venirmi a trovare - racconta -. Fare il sindaco significa essere presenti sette giorni su sette». Ma tra Bruxelles e Strasburgo starà lontano da Genova almeno cinque giorni. «No, saranno meno. E comunque ho la garanzia che nel fine settimana sarò a casa con la mia famiglia». Ha scelto Genova, dunque. «La guardo da Oregina perché qui dietro vive la mia nonna che ha più di 100 anni -spiega- e poi è un quartiere popolare, mi hanno chiesto di esserci e sono qui». Giura che vuole essere il parlamentare che rappresenterà Genova in Europa e anche di non puntare ad altri ruoli rilevanti: «Mario Tullo mi chiese di fare l’europarlamentare. Gli dissi di no. Poi mi chiese di candidarmi come consigliere regionale e accettai. Quindi le questioni del partito con le dimissioni di Walter Veltroni hanno creato nuove necessità e mi sono messo a servizio del Pd».
Niente impegni locali, dunque, per cinque anni si pensa all’Europarlamento. Poi si rifletta e viene in mente che c’è chi in Europa è andato e dopo due anni e mezzo l’impegno locale se l’è preso. Se ci si aggiunge che l’esperienza da sindaco c’è, «No... non ci sto pensando. Credo che Marta sia un’ottima interlocutrice per i genovesi. Eppoi è al primo mandato». Ma se non sta attenta la mandano via.