Il poema «segreto» di Groppali Un viaggio fra i riti del teatro

Cerimonie segrete (Edizioni della Meridiana, pagg. 80, euro 10) è il titolo del poema composito articolato in alcuni scorci pencolanti di volta in volta tra oniriche rifrangenze d’una filosofica Arcadia presocratica e di reversibili mitologie, pressanti suggestioni poetiche. L’autore, Enrico Groppali, modulando scrittura e immaginazione con sbrigliata inventiva prospetta così un racconto-dramma continuamente interrotto che, appunto, nel fermentare della parola, nel contagio di vicende, personaggi in eterna fuga da ogni univoca identità, approda a un panico sentimento della vita, della morte e dell’inanità di amare.
Inoltrarsi in tale intrico senza fumo agli occhi implica, di necessità, adottare una longanime indulgenza verso incongruenze, discontinuità ricorrenti. Anche se proprio qui - specie nel poemetto d’avvio «Omaggio a Notre Dame de la Mort» - gli elementi classici (terra e aria, acqua e fuoco) si intridono via via di storie, apologhi, figure di allettante complessità psicologica e poetica. Il tutto ripercorso con sprezzo d’ogni convenzionale consequenzialità, ma altresì animato da accensioni dissacratorie di smagliante ironia.
È quello che sottolinea nella premessa Luca Doninelli quando scrive: «... con occhio ironico verso esperienze decadenti ma attraversate da lampi futuristi simili a guizzi di colore... così è la lingua teatrale di Enrico Groppali». In tale frammischiare di eterodosse conversioni-digressioni paraletterarie (in ispecie su George Sand e su Don Giovanni) crepita una smania di sperimentare, di arrischiare ogni più riposto significato. «È la perorazione - scrive ancora Doninelli - attraverso il gioco ironico e inquieto dei travestimenti, del doppio, dell’equivoco, dello specchio, insomma del teatro, della nostra unicità, dell’irripetibilità d’ogni individuo».
Sulla base di simile constatazione prende particolare spicco, nel variabile tono della nuova fatica di Groppali, la «cerimonia per voce solista» Don Sand Don Juan (già inscenata a Siviglia, nel 1992, protagonista la compianta Valeria Moriconi, e a Parigi, nel 2004, con interprete Francesca Benedetti), anche perché il gioco drammaturgico si fa qui più accessibile, più ravvicinato. Specie allorché entra in campo, con prismatica intensità, il personaggio eponimo mosso da un incedere sorprendentemente disadorno, autodemistificatorio: «Dunque, vediamo: io Aurore Dupin, detta George Sand, ho lasciato una pessima fama. Oggi, tranne pochi affezionati fedeli, nessuno mi legge (ed è un peccato)...». Come definire, in conclusione, questo eccentrico viaggio tra i miti e i riti della teatralità più strenua, del variabile divagare tra realtà e surreale, tra classica immanenza e corriva esistenzialità? Un canto disincantato, una favola incongrua? L’uno e l’altra. Per dirla, appunto, con Groppali: Cerimonie segrete.