Le poesie contro Silvio? Una corazzata Potëmkin

di Alessandro Gnocchi
«Calpestare l’oblio. Contro la minaccia incostituzionale per la resistenza della memoria repubblicana». Non è il titolo di una tesi di laurea degli anni Settanta, come sembra a una prima occhiata. È una «antologia di protesta contro l’omologazione e la cancellazione della memoria antifascista», come l’ha presentata succintamente l’Unità ieri in edicola. La raccolta gira in rete da qualche tempo (potete intercettarla sui siti del quotidiano, Micromega, Resetitalia, Nazione Indiana) ed è in poche parole una rievocazione della Resistenza, diventata però tenzone poetica riservata a chi la spara più grossa sul centrodestra, sul premier, su questa Italia rozza e becera in cui questo fior fiore di letterati è costretto a vivere. Il tutto nella tradizione del Dante Alighieri poeta civile, paragone che forse a qualcuno potrebbe sembrare lievemente sproporzionato, soprattutto dopo aver letto i versi in questione. Però il poeta Gianni D’Elia, tra i promotori con Davide Nota, si presenta proprio così: «Si tratta di una rivolta della coscienza. Assistiamo a un attacco al diritto che fa spavento. È il momento di fare come diceva Dante: “Così gridai con la faccia levata”. Non possiamo permettere che la cultura sia travolta dalla tivù». E a voce si aggiunge voce, in un gran grido collettivo. Maria Grazia Calandrone: «È un tentativo di resistenza contro l’orrore che abbiamo attorno». Flavio Santi: «Questa destra è pericolosa. Noi tentiamo di scalfire il muro del silenzio».
Ecco, leggiamo insieme qualche picconata, solo il tempo dirà se questa antologia, in cui figurano anche nomi di spicco come Maurizio Cucchi, sia destinata a rivaleggiare con la Commedia nei programmi scolastici o a finire rapidamente al macero.
Giuliano Scabia avverte il Paese con la sua indignata Golpe sottile: «... Voi, col vostro/ Gran Porcone e le sue Madonne/ velinose andate pure alle glorie/ delle falsate storie». Inutile spiegare chi sia il Gran Porcone alla guida di questo popolo di trescatori, truffatori e bugiardi. Chiusura con auspicio: «... Ciò che bisogna/ adesso è: SVEGLIA ITALIA!/ Scrollati dal fango che ti ammalia».
Per Gianni D’Elia la Liberazione è affidata ad alate quartine. Per esempio queste, e non c’è bisogno di dire a chi sia rivolto il soave augurio di sparire una volta per tutte: «Per quanto studi l’eterna azione/ cammini già la tua vita mortuaria,/ sei già nel tuo pacchiano Partenone,/ sciagurato diffuso in terra e aria./ S’aspetta che tu vada, odioso clone,/ Primo, Secondo e Terzo Berluscone/ Tu già fuori della Costituzione,/ contro i cives e la Costituzione,/ tu e la tua burlesca Liberazione». (Qui c’è anche un moto di ribellione alla proposta berlusconiana di cambiare il nome della Festa della Liberazione in Festa della Libertà, un vero affronto ai «cives»).
L’indignazione a volte prende un po’ la mano, qui i cittadini, non i «cives» di sinistra, sono tutti quanti potenziali razzisti con tendenze criminali. Almeno pare così a leggere Credono di essere il Paese di Lina Salvi: «Credono di essere il Paese/ ma sono fuori dallo Stato,/ appiccando il fuoco con viso/ coperto, a tradimento, alle baracche/ di quei nomadi, che con un euro comprano tre mattoni per una casa nel loro paese».
A dire il vero, il carme anti-berlusconiano, possibilmente con riferimento a veline e affini, è un genere letterario in via di codificazione. L’archetipo è forse Andrea Camilleri con le sue Poesie incivili, correva il 2008, ispirate a Marziale, tanto per cambiare un altro classico scomodato per confezionare roba come questa: «Il ricco porco, eletto a capo dei suoi simili/ alle scrofe da lui montate ripagò il favore/ ammettendole al truogolo riservato a pochi /ai suoi legulei, ai suoi giornalisti, ai suoi boia/ grufolanti e grugnenti. I porci, com’è noto/ non sono bestie di fiuto fine. Rovistano nel letame/ vi si rotolano, vivono alla giornata. Non sospettano/ che un giorno saranno mutati in salsiccia».
Quello che veramente lascia basiti, dopo essersi immersi in queste poesie che trasudano incomprensione per non dire disprezzo, è leggere preghiere contro l’odio come questa di Pietro Spataro: «Liberaci dal vuoto di potere/ dall’ideologico concorrere violento/ dai tribunali di partito, dall’erosione/ del libero discorrere degli uomini/ allontanaci dalle urla di governo/ dagli elenchi fraudolenti dei nemici/ dall’odio che scava a fondo e lascia/ lungo la via un’aspra solitudine/ forma essiccata del pensiero/ decadenza inarrestabile, inquietudine».
«L’ideologico concorrere violento» e l’«odio che scava a fondo» non saranno forse alimentati dai rigurgiti di indignazione un tanto al chilo?