Poesie surrealiste su tela Lo humour di Maurice Henry

Poeta, disegnatore, pittore, umorista, cineasta, attore. In privato persona timida, riservata e gentile; in pubblico graffiante e ironico come le battute che scriveva sulle vignette delle migliori riviste d'Oltralpe. Al francese Maurice Henry (1907-1984), amico di Picasso, apprezzato da Prévert, Queneau e Ionesco, la Galleria del Gruppo Credito Valtellinese dedica un'antologica («Une poétique de l'humour», fino al 14 marzo, in corso Magenta 59) di trecento opere, tra dipinti e disegni e oggetti-sculture che testimoniano una vita vissuta all'insegna di una leggerezza mai superficiale.
La mostra è un omaggio al francese che scelse Milano come città d'adozione: a colpirlo fu una metropoli magmatica e versatile, ma soprattutto la bella milanese Elda Zanetti, che sposò nel '79. Da Parigi, dove visse il pieno della stagione surrealista frequentando André Breton e Jean Cocteau, Henry approdò a Milano: aprì uno studio in via Muzio Scevola, espose nelle migliori gallerie, fu amico di intellettuali cosmopoliti e aperti (Arturo Schwartz e Valerio Adami) e nei tormentati anni di piombo decise di vivere a Milano 2, all'epoca della prime case-giardino edificate a Segrate.
Henry è comunemente soprannominato il «papà dello humor nero-rosa» per i caratteristici dipinti legati a temi forti e al sesso. Una pistola «bendata» che sanguina, una maschera funeraria fatta di carta-pesta, dipinti di donne in pose osé che si trasformano in animali e poi ancora volti ambigui di vescovi e di politici, vignette acri su fatti di cronaca: il pennello di Henry ha una musa poliedrica, a volte onirica, a volte noir, spesso allucinata, mai volgare. Oggi la moglie Elda ricorda il periodo in cui Maurice Henry vedeva Milano come una metropoli un po' bohéme, sofisticata e piena di spirito, simile alla «sua» Parigi.