Poeta buonista cercasi per l’equinozio di primavera

Raffiguriamoci un poeta medio italiano. Ha scritto qualcosa, ha stampato. Scriverà e stamperà ancora, si augura. Di norma, riceve una quota di inviti a leggere i propri versi, a intervenire in festival letterari dentro o fuori patria relativamente costante. Le occasioni si incrementano verso l’estate e, soprattutto, all’eventuale uscita d’un suo nuovo libro. Statisticamente, ciò avviene ogni quattro-sei anni (controllare le bibliografie e ricavarne medie ponderate, in caso di dubbio). Non sono ritmi di comparsa frenetici, tuttavia consentono un dignitoso, affettuoso, puntuale contatto con il pubblico. Il quale è, salvo eccezioni, attento, e per nulla rissoso o polemico.
Eppure, il 21 di marzo e per qualche giorno, tutto cambia. Il poeta medio italiano dovrà, al mattino, recarsi a leggere in una scuola ed essere in grado di interessare, tacitare studenti. E a mezzodì dovrà registrare un intervento alla radio, e alle diciotto sarà in una biblioteca di quartiere, e alle ventuno si sposterà in una sala di qualche bel palazzo nel centro città. Impegni a cascata, spostamenti. Tra tavoli, microfoni, leggii, testi editi e inediti. Palchini e palchetti. E il pubblico da scarso ma attento non conoscerà impennate verso l’alto, non si farà massa, eppure crescerà di qualche unità. La sera precedente, lo stesso poeta medio era stato invitato a un’altra lettura. E il giorno successivo (siamo al 22 di marzo, adesso) dovrà trovarsi pronto per un ulteriore incontro. Poi, la lista delle chiamate andrà calando. Se è presenzialista, avvertirà qualche sofferenza. In ogni caso, ne avranno risentito le corde vocali e, probabilmente, l’ultima lettura sarà la migliore perché il Nostro finirà le sue fatiche stanco ma ben rodato, attento ai passaggi, allenato alla dizione.
Perché il 21 di marzo non è solo S. Benedetto o l’equinozio di primavera ma anche (e, per alcuni, soprattutto) la giornata mondiale della poesia. Troveremo, dunque, canti e canzonieri da spacchettare insieme ai quotidiani, le vetrine delle librerie esporranno opere in versi. Se siamo attenti, leggeremo programmi di serate su qualche manifesto. Lo stato delle cose letterarie non cambierà (personalmente, penso che la poesia nostrana goda di ottima e ancora troppo poco conosciuta salute), lo smercio dei libri non crescerà, si continuerà a confondere autori di testi per canzoni con autori di testi duri e puri e veri. E tuttavia, se le cose andranno come sono andate in anni passati, ai vari brusii di sottofondo che ci accompagnano ci sarà anche quello della poesia.
L’unico timore è che un evento altamente meritevole si trasformi in una giornata volta a celebrare una versione della poesia decorativa consolatoria, salvifica, destituita di drammaticità. Da operetta, insomma. In fondo, la grande letteratura alla vita non fa solo bene. Nel senso, banalissimo e tremendo, che sfascia certezze, mette in forma quelle ansie elementari che magari nemmeno sapevamo di avere prima di leggere certe pagine. Da questo punto di vista, crea disagio, talvolta angoscia. È il suo grande mestiere. Allora non dovrebbe, quella giornata mondiale, essere un evento lietissimo, scacciadolori. Meglio, molto meglio se darà da pensare. Se evidenzierà qualche lato oscuro delle cose. E il poeta medio che gira tra sale e scuole e maneggia microfoni ne terrà conto, ci si augura.