«Poi vi racconto chi sparò al Duce»

da Todi (Perugia)

A Gianfranco Fini, che liquidò Il mercante di pietre come un film «di propaganda becera, che sconsiglio vivamente a tutti di vedere perché rischia di alimentare l'islamofobia», Martinelli non vorrebbe più rispondere. «Ognuno fa il suo mestiere: lui il politico, io il cineasta», taglia corto. Ma poi non si trattiene: «M'è sembrata una sparata inopportuna. Il mio film non fa sconti. L'Islam sta cercando di prendersi la sua rivincita, a 323 anni dalla sconfitta di Vienna: un altro 11 settembre. È dai tempi di Porzûs, e poi con Piazza delle Cinque Lune, che prendo batoste da destra e da sinistra. Però so una cosa: tra qualche anno diranno che questo cazzone ci ha visto giusto».
Intanto, per non smentire la propria fama di regista scomodo, eccolo al lavoro, tra una pausa e l'altra di Carnera, su due progetti mica male. Un film con doppia destinazione (cinema e tv) sulla battaglia di Legnano, e già la Lega gongola assaporando il suo Braveheart; un altro sulla morte di Mussolini, in opposizione alla vulgata resistenziale, con allargamento alle vicende del cosiddetto oro di Dongo. Più un terzo, ancor più esplosivo, che metterebbe in relazione la tragedia di Ustica e la bomba alla stazione di Bologna (stesso anno, 1980, giugno e agosto), ipotizzando un coinvolgimento di Gheddafi. Ce n'è da far tremare i polsi, ma Martinelli non si scompone. Citando Braudel, continua a compulsare documenti segreti, perizie e rapporti. Sul suo tavolo, in bella vista, ci sono tre libri: Il corpo del Duce, Le ultime ore di Mussolini e Ultimo atto. Si capisce, insomma, che la versione cara al Pci, con il comandante Valerio che fucila Mussolini e la Petacci davanti al muretto di Villa Belmonte a Mezzegra, non lo convince. «Non torna niente: l'ora del decesso, il posto, i fori di ingresso e di uscita», spiega. La sua idea è che il Duce venne ucciso di prima mattina, in casa De Maria, e non dal comandante Valerio inviato da Longo, bensì da un emissario degli inglesi accompagnato da un partigiano infedele. «Churchill temeva un processo, nei mesi precedenti aveva provato a trattare con Mussolini. Sapeva che, prendendo Berlino, Stalin avrebbe puntato i piedi e chiesto mezza Europa a Yalta». La vicenda appassiona Martinelli, anche se confessa di non aver trovato ascolto neanche nel centrodestra.
Piace invece molto alla Lega, e si può capire, il progetto su Legnano (29 maggio 1176). Per ora c'è un copione, un titolo provvisorio, Il pugnale e la corona, e un'ipotesi di cast, con Rutger Hauer nei panni di Barbarossa e Raoul Bova come Alberto da Giussano. «Su Legnano c'è un uomo che da vent'anni fa marketing: Bossi», sorride il regista, pensando ai leghisti che volentieri pagherebbero il biglietto per gustarsi al cinema la ricostruzione di quella grande epopea milanese. C'è già il sì di Raifiction e Raicinema. E anche Pippo Marra di Adn Kronos pare interessato.\