Un poker di Caravaggio rilancia la Grande Brera

Gli italiani sono un popolo di santi, navigatori, poeti, ma anche di assidui frequentatori di mostre d’arte. Le file di un centinaio di metri che a Roma si sono formate per le mostre dedicate a Giovanni Bellini e a Picasso, ma ancor più sorprendentemente per l’ennesima rassegna sugli Etruschi e per la bella esposizione di pittori fiamminghi, lo rivelano.
Il «mostrismo», come fu definito diversi anni fa con un sarcasmo non del tutto ingiustificato, è un fenomeno più mediatico che culturale, almeno a sentire certi commenti di tanti entusiasti fruitori. Alla splendida rassegna di Bellini ecco il commento di un signore di mezza età, dall’aria distinta, che ha detto alla moglie: «Che bel pittore barocco!». Lei ha assentito convinta, guardando con orgoglio il dotto consorte. Un giudizio così tranchant non si è sentito alla mostra di Picasso, dove in compenso si sono visti visitatori smarriti di fronte ai dipinti più enigmatici, non così intimoriti, comunque, da non esprimere audaci accostamenti fra le tele del catalano e i conati figurativi di amici e parenti.
Alla mostra della pittura fiamminga il commento più ascoltato è stato invece: «Guarda che bello, sembra vero. Assomiglia proprio a una fotografia». Giudizio critico certamente audace e spregiudicato per uno stupefacente, raffinatissimo, elaborato quadro del grande Vermeer. Ma anche di fronte a Rubens e ad altri maestri fiamminghi colpiva l’entusiasmo ingenuo dei visitatori coniugato, per la maggior parte, a una totale mancanza di riferimenti culturali.