Polanski: in quell’orfanello c’è molto della mia infanzia

Il regista franco-polacco a Roma per il suo nuovo film: «Cerco di educare il gusto, ormai distorto, dei giovani»

Cinzia Romani

da Roma

«Volevo realizzare un film per il pubblico giovane, dai nove ai novantanove anni» scherza il regista e produttore classe 1933 Roman Polanski, nella capitale per lanciare il suo film in costume Oliver Twist (da oggi nelle sale), tratto dall’omonimo romanzo dickensiano. «Di sicuro non volevo girare un film con spade laser ed esplosioni: odio gli effetti speciali e ho teso a creare un’opera che facesse pensare i giovani, facendo appello al loro cuore». Nella parte del maestro saggio ci sta bene il cineasta franco-polacco, la cui vita (vedi l’autobiografia Roman) fino a ieri ha sgranato un rosario di tormenti. Dal barbaro omicidio, nel 1969, della moglie Sharon Tate, in attesa del loro figlio, allo scandalo negli Usa, dove fu accusato di aver avuto una relazione illecita con una minorenne, per tacere del padre deportato a Mauthausen e della madre morta ad Auschwitz, l’esistenza di Romek non è stata rose e fiori.
Oggi che è il maturo padre di Morgane (13 anni) e di Elvis (7 anni), i figli avuti dalla moglie attrice Emanuelle Seigner (chi non la ricorda in Frantic, Luna di fiele e La nona porta, firmati dal marito?), Polanski, completo scuro e voce cantilenante, appare sereno. «Ai tempi nostri è difficile fare un classico, come questo. Mi sono attenuto al romanzo di Charles Dickens, che insieme a Emile Zola è il mio scrittore preferito. Nel mio film non ho utilizzato scene di masturbazione, né c’è qualcuno che cammina nudo per strada. So di condurre una battaglia contro i mulini a vento», argomenta l’artista, che vive gran parte dell’anno a Parigi, «ma cerco di educare il gusto, per l’arte e per il cinema, del pubblico giovane, attualmente rovinato e distorto». E paragonando la rieducazione dei gusti giovanili corrotti alla rieducazione dei ragazzini obesi per una più sana alimentazione, l’autore parla di quanto Oliver Twist sia autobiografico. «Diversi momenti, tra ironia e sarcasmo, sia nel libro che nel film, mi hanno fatto avvertire una coincidenza con alcune esperienze della mia infanzia. Infatti, qui ho compreso subito come dirigere il protagonista. Sì, c’è molto di me in Oliver Twist. Anche se l’ho capito mezzo secolo dopo aver visto Oliver!, il musical che mi ha fatto venir voglia di riprodurre l’atmosfera del libro».
Di nuovo in coppia con lo sceneggiatore Ronald Harwood e lo scenografo Allan Starski, i quali avevano già collaborato con Polanski nel film Il pianista, Palma d’oro a Cannes, qui il regista si è ispirato alle incisioni di Gustave Doré, per rendere visivamente gli angoli più poveri dell’Inghilterra preindustriale. L’effetto finale, tra bambini sfruttati e sfruttatori privi di scrupoli, primo fra tutti il viscido Fagin (impersonato da Ben Kingsley), rimanda all’attualità. «Londra, adesso, somiglia a molte città della Cina, con miserabili masse migranti. Non ho inventato nulla di nuovo, soltanto che ho dovuto fare un sunto di settecento pagine», spiega l’autore di Rosemary’s Baby(1968), il suo maggior successo commerciale. Per scegliere i piccoli attori, ha fatto una selezione di trecento giovani, finché la scelta è caduta sull’undicenne londinese Barney Clark.
«Volevo un ragazzino la cui innocenza risultasse convincente, perché nella sua natura» precisa l’autore, all’inizio spaventato da tutti quei bambini fin troppo sapienti davanti alla cinepresa. «Poi mi sono ricreduto, quando, dopo un corso di borseggio per questi ragazzi, alla fine non ci trovavamo più niente nelle tasche» racconta Polanski. E il personaggio di Fagin, avido sfruttatore di bambini, non scivola nell’antisemitismo? «Fagin parla e si muove come un ebreo, ma anche mio nonno aveva le stesse reazioni. Sir Ben Kingsley ha voluto aggiungere lati positivi al suo personaggio, facendone un mostro, con un po’ di cuore».