In pole spunta Kubica «Il vero miracolo è stato perdere 7 chili»

nostro inviato a Sakhir (Bahrein)

Alle 13 di oggi deciderà se mettere una bustina di tè nella borraccia alloggiata dentro la sua Bmw. Poi infilerà il casco, entrerà nell’abitacolo e porterà quel mostro da 700 cavalli in prima fila nel deserto. Per la prima volta. La sua prima volta. Robert Kubica è in pole, accanto a Felipe Massa, ed è in pole nella simpatia del paddock. Stefano Domenicali, gran capo Ferrari, lo vede, s’avvicina, gli dice «bravo, te lo sei proprio meritato...». Seguono stretta di mano, pacca sulle spalle e risposta del polacco: «Sì, ma quanto andate forte voi...».
Robert ha chili di ragioni per essere felice: le umili origini che tutto complicano, lui emigrante motoristico giunto dalla Polonia in Italia, era il 2000, lui sopravvissuto a due bruttissimi incidenti, uno in strada, l’altro in pista nel 2007 a Montreal, il peggior schianto degli ultimi anni in F1. Soprattutto, Robert ha chili di ragioni perché «ho perso sette chili in sette settimane» svela poco dopo la pole, «e questo mi fa sentire meglio, mi aiuta nella guida, diciamo che ci siamo alleggeriti sia io che la Bmw». Poi racconta delle sue aspettative, della gara, «la Ferrari è imprendibile, anche in chiave mondiale, ma cercherò di fare una grande partenza... le McLaren? Quelle sì, possiamo batterle...».
Fin qui tutti ricordavano questo lungagnone polacco per il debutto a punti in Ungheria, nel 2006, quando sostituì il licenziato Villeneuve (ma la sua Bmw venne cancellata dall’ordine d’arrivo perché trovata sotto peso) e, soprattutto, per il terribile botto canadese di cui si diceva. Talmente incredibile da fa gridare al miracolo: non è un caso, infatti, che lui, polacco di Cracovia con la dedica a Papa Wojtyla stampata sul casco, abbia poi deciso di toglierla. »In Polonia, il tormentone legato al miracolo del Papa in occasione del suo incidente, era diventato enorme» spiega il suo manager, l’italianissimo Daniele Morelli.
Già, il manager. In una F1 sempre più senza piloti italiani in vetta, ecco un manager italiano e un giovane polacco che proprio dal nostro Paese hanno spiccato il volo. «Robert venne da noi grazie al padre, nel 2000, correva nei kart e vinceva – ricorda Morelli -. Sono una famiglia normale, ma chi ha un reddito normale a Cracovia, in Italia è in difficoltà. Suo papà me lo affidò. Ne abbiamo passate tante assieme, penso a tutte le gare vinte nel campionato kart italiano, penso all’incidente stradale, in Polonia, era il 2003, colpa di un amico al volante che voleva fargli vedere quanto era bravo a guidare... Un disastro: omero destro esploso, cento punti, per ricomporre le fratture i medici usarono una placca da femore. E lui? Dopo 70 giorni andò a vincere, unico debuttante a riuscirci, la gara di F3 del Norisring, a Berlino. Ricordo anche quei giorni di ansia dopo il test Renault, nel dicembre 2005: i francesi gli avevano offerto una prova ma era solo un premio per il titolo Worldseries, non sembrava una cosa seria. C’erano lui e un pilota italiano. Il box era poco interessato, lui scese in pista a Barcellona e diede un secondo e mezzo all’altro pilota, mettendosi dietro il collaudatore ufficiale del team. La sera ci chiamarono: “Facciamo un test vero”. Fissai però un incontro anche con la Bmw: guardarono un video di una pole di Robert e parlarono a lungo con lui. “Fra una settimana la risposta”, ci dissero. Ma il giorno dopo chiamò la Renault campione del mondo. Robert, ti vogliono come terzo pilota, ma la Bmw ti darà risposta fra qualche giorno. “Tu che cosa faresti?” mi chiese, io andrei alla Bmw risposi. “Sono d’accordo con te”». Ed ora eccoli qui, l’italiano e il pilota cresciuto in Italia. In pole davanti al mondo e pronti a far paura alla Ferrari. La Renault? Molto indietro.