LA POLEMICA

Diciannove medici prendono le difese del professor Francesco Cognetti rispondendo, con una «controlettera» sul Corsera, alla missiva pubblicata proprio dal quotidiano di via Solferino sabato scorso, nella quale tredici primari del Regina Elena ribadivano la presunta incompatibilità tra l’incarico di direttore sanitario del noto oncologo 55enne e l’esercizio dell’attività da libero professionista. È una «persecuzione», secondo i diciannove primari del centro oncologico del Regina Elena, che rimarcano come «anche le recenti polemiche relative all’attività esclusiva paiono colpire solo lui». Una replica diretta, dunque, alle accuse lanciate tre giorni fa da alcuni dei loro colleghi, «guidati» dai tre primi firmatari della lettera contraria al reinsediato direttore sanitario: Raffaele Perrone Donnorso, Eugenio Santoro e Paola Muti. Non stupisce (o stupisce, a seconda dei punti di vista) la presenza di quest’ultima, erede designata da Livia Turco sulla poltrona di Cognetti, esautorata proprio dalla sentenza del Consiglio di Stato. La sua firma in calce a quella lettera, probabilmente, non è il miglior esempio di terzietà e disinteresse, ma tant’è. A dirla tutta, anche che a sollevare una questione di sospetta incompatibilità sia Perrone Donnorso a qualcuno è suonato strano. Il professore, infatti, è stato al centro di polemiche per aver in passato ricoperto contemporaneamente cinque incarichi: commissario straordinario dell’Istituto tumori «Pascale» di Napoli, commissario straordinario dello Spallanzani di Roma, primario di Anatomia patologica e direttore di un dipartimento al Regina Elena, e presidente dell’Anpo, l’associazione nazionale primari ospedalieri. Proprio allo Spallanzani, peraltro, Perrone Donnorso è anche inciampato, la scorsa estate, in una seccante polemica: l’acquisto di una nuova auto di rappresentanza per il commissario, cioè lui. Invece della «vecchia» automobile dal budget di appena 26mila euro, ecco spuntare una lussuosissima ammiraglia tedesca, la Volkswagen Phaeton, un gioiello da 100mila euro e quasi altrettante critiche, piovute dalla stessa Regione Lazio. Classe ’39, Perrone Donnorso avrebbe dovuto tra l’altro andare in pensione già a marzo scorso. Ma grazie a una delibera, passata con la censura del collegio dei revisori dell’Ifo, è stato mantenuto in servizio.
Una vicenda, quest’ultima, condivisa con il terzo nome apparso nella lettera di critiche «anticognettiane» spedita al Corsera: Eugenio Santoro. Anch’egli, direttore del dipartimento di Chirurgia oncologica, essendo nato nel marzo del 1938 ha raggiunto e superato l’età pensionabile, ma è stato comunque mantenuto in servizio. A luglio, poi, è stato «sfiduciato» da tutti i primari chirurghi del suo dipartimento, in una lettera spedita al direttore generale degli Istituti Fisioterapici Ospitalieri, Marino Nonis. Ma, ancora una volta, è stato comunque mantenuto in servizio, nonostante una conferma della sfiducia già espressa dai colleghi sia stata ribadita pochi giorni fa nel corso di una riunione del dipartimento.
Così, ecco che i 19 che hanno deciso di levare gli scudi in favore del direttore sanitario ricordano come «fino alla scorsa primavera l’Istituto ha vissuto un periodo di grande slancio». E sostengono anche che sia legittimo «che il direttore difenda i suoi diritti di medico, attività del resto esercitata dai direttori in altri Istituti tumori». Ma i chirurghi «pro-Cognetti» non vogliono continuare il braccio di ferro con i colleghi. «Abbiamo scritto questa lettera - spiega Edmondo Terzoli, oncologo, a nome di tutti i firmatari della missiva - perché vogliamo che le polemiche si spengano e i medici pensino a fare il loro lavoro, lasciando alle autorità competenti il compito di decidere su questioni che non attengono al campo medico-sanitario. Evitiamo di farci trascinare in una guerra assurda che può solo far male alla ricerca e ai nostri pazienti».