LA POLEMICA

Egregio direttore,
esprimo tutto il mio sdegno e la mia riprovazione per quanto scritto da nella recensione fatta al libro di Pino Aprile.
Con la «cacciata» di Montanelli pensavamo che il subdolo razzismo verso il sud da parte del Giornale fosse terminato ed invece Cervi volendo imitare, ovviamente non riuscendoci, lo scomparso maestro continua a denigrarci. Continui pure a ossequiare i padroni del vapore e i Regnanti di casa Savoia, e ci risparmi le stupidaggini che ha scritto e nelle quali ormai, tra i giornalisti documentati ed onesti, credono solo lui ed Emanuele Filiberto.
Provvederò a scrivere a casa Savoia per sapere quanto paga per ogni articolo scritto da contro i Borbone (ironico ovviamente). Peccato che abbia perso una buona occasione per stare zitto, oppure ci scriva qualcosa sulla «dignità regale» degli attuali Savoia, e del prestigio che danno all’Italia. Non è che nel risarcimento chiesto all’Italia, in qualche angolino c’è pure la sua parcella per i servizi resi da ai Savoia?
Direttore, capisco benissimo che non può pubblicare quanto sopra scritto, ma la prego, e questo credo lo possa fare, faccia i miei complimenti a Pino Aprile per il suo coraggioso libro e scusi il tono risentito, ma è la lettera meno volgare che son riuscito a scrivere contro la spocchia, la presunzione e la disinformazione di .

Non tema, Pino Marinelli: si può, altroché se si può, pubblicare la sua lettera: che mi rinfaccia spocchia, presunzione e disinformazione per avere espresso un’opinione - discutibile ma legittima - sul Regno delle due Sicilie. Non mi pare in verità molto informato il Marinelli quando insinua che io sia al soldo dei Savoia, e quando mi sfida a dire qualcosa sulla loro dignità. È quanto ho fatto di recente, occupandomi della richiesta di risarcimento avanzata da Vittorio Emanuele e dal figlio, e scrivendo testualmente: «Siamo in molti ad avere rispetto per la monarchia e per i suoi meriti passati... Ma non accettiamo l’idea che un Paese trascinato in una guerra catastrofica con la firma del sovrano regnante - il quale oltretutto l’appose anche alle inique leggi razziali - debba pagare sia pure un soldo, o un euro, agli ultimi esponenti della dinastia. Ultimi non solo in senso cronologico». L’abitudine di considerare malvagio o corrotto chiunque non sia del nostro stesso parere contrassegna i fanatici e gli intolleranti.
In un’altra lettera viene affermato che «quando al Sud si legiferava al Nord si viveva nelle caverne e si moriva di pellagra». Mi pare che ci sia anche in questo un tantino d’esagerazione. Di ben altro spessore - per non parlare della buona educazione - le osservazioni di Giuseppe Marino Troja che porta a sostegno delle sue tesi statistiche serie e argomenti solidi.
A questo punto vorrei ricapitolare i termini d’una querelle nata dalla mia recensione al libro «Il trionfo dell’apparenza», di Pino Aprile. In amichevole polemica con lui criticavo un revisionismo che vuol spacciare per Stato esemplare ciò che Gladstone bollava come «negazione di Dio». Non dimenticavo «le soperchierie piemontesi e la retorica nauseante che ha avvolto il Risorgimento», ma insistevo e insisto nel considerarlo, senza nessuna insensata mitizzazione, la stagione migliore dell’Italia moderna. Oltretutto le mie considerazioni riguardavano prevalentemente il lascito dell’ancor oggi rimpianta amministrazione austriaca nel Lombardo-Veneto. Ma vige ormai una scuola di pensiero secondo la quale è sacrosanto denunciare gli errori e anche i crimini della piemontizzazione dell’Italia, è sacrosanto parlar male di Garibaldi, ma è sacrilegio sottolineare le pecche d’un dominio - fosse quello borbonico o fosse quello papale - che nel già citato Gladstone aveva suscitato reazioni vivaci. Non insisto sulla diversa eredità civica toccata alla Milano che era stata di Radetzky e alla Napoli di Franceschiello. Ma davvero nessun filo storico percorre un secolo e mezzo, e contribuisce a spiegare perché a Brescia l’immondizia sia tranquillamente smaltita e in Campania assuma dimensioni himalayane?