LA POLEMICA

Caro Pansa,
ho letto il tuo articolo su il così detto «scontro» tra il presidente della Repubblica e il ministro della Difesa a proposito di coloro che Luciano Violante, al momento del suo insediamento alla presidenza della Camera dei Deputati, chiamò con affettuosa espressione «i ragazzi di Salò», cioè i giovani che si arruolarono dopo l’8 settembre nei reparti militari della così detta Repubblica sociale italiana.
Anzitutto debbo dirti che mi sono meravigliato di come siano cambiate le regole dai tempi, infausti per me, per la mia famiglia e per l’Italia, della mia presidenza della Repubblica. Quando si sarebbero dovute svolgere cerimonie cui sarebbero stati chiamati a partecipare il capo dello Stato e un’altra alta autorità, e in particolare il presidente del Consiglio dei ministri o un ministro, i collaboratori di vertice d’entrambi si scambiavano le bozze dei discorsi che i due avrebbero dovuto pronunziare: in caso di disaccordo, ai miei tempi, prevaleva l’opinione dell’esecutivo, perché era dottrina e prassi comune, allora, che di ogni parola, atto o comportamento, anche privato, del presidente della Repubblica dovesse rispondere il governo che ne avrebbe a sua volta risposto al Parlamento. Ma ora tutto è cambiato; e non se ne può dare, a secondo dei punti di vista, «torto» o «merito» al presidente Napolitano, dopo che, dopo la mia presidenza, il ruolo del presidente della Repubblica fu sempre più interventista nelle materie che prima si consideravano di stretta competenza e/o responsabilità dell’esecutivo. Non dimentichiamoci che la Corte costituzionale, nemica di Berlusconi e del centrodestra, riconobbe o meglio «attribuì» al caro Carlo Azeglio Ciampi il potere personale ed esclusivo, in Gran Bretagna si direbbe un prerogative power, di concedere la grazia con... l’obbligo del ministro della Giustizia di controfirmarlo e di risponderne al Parlamento, anche se alla concessione della grazia egli... fosse stato contrario. Ma ormai è invalsa l’abitudine della Corte costituzionale e del giudice ordinario di sostituirsi al Parlamento nella sua funzione legislativa, anche di rango costituzionale.
Ciò premesso, tu devi porre mente che ogni nuovo Stato, ogni nuova Costituzione, nuovo o nuova in senso politico, si basano su un mito. Così lo Stato italiano, nato nel 1861 da una trasformazione del Regno di Sardegna, per annessione dei territori degli Stati preunitari, vuoi per accordi diplomatici vuoi, come per i territori del Regno delle Due Sicilie, per conquista militare, si fondò sul mito della «fervente volontà unitaria del Popolo italiano», il che è storicamente un «falso», ma un falso «buono»: un mito. Così la Repubblica italiana con la sua Costituzione si fonda giuridicamente sul referendum del 1946 e sull’Assemblea costituente eletta nello stesso anno: politicamente si basano su un accordo tra «democratici progressivi»: il Partito comunista e il Partito socialista allora suo alleato e i «democratici occidentali» e cioè la Democrazia cristiana, il Partito d’azione, il Partito liberale, poi il Partito socialista democratico o «saragattiani» (i social fascisti di cominformista memoria!) e altri, stretti tutti in un piccolo «accordo di Yalta» nostrano. Ebbene, Stato «nuovo» e Costituzione «nuova» si basano su un «mito», anzi su un insieme di «miti»: l’«unità dell’antifascismo», che invece era diviso assai, l’unità della Resistenza, come se forze della Resistenza non si fossero combattute tra di loro anche durante la resistenza: dall’annientamento di quasi tutto lo stato maggiore della Brigata partigiana Osoppo, i «fazzoletti verdi», da parte di un commando della Brigata partigiana comunista Garibaldi del Goriziano alla fucilazione di gruppi di partigiani «bianchi» o azionisti o repubblicani da parte di una brigata partigiana comunista il cui comandante, condannato all’ergastolo, fu poi graziato ed eletto senatore della Repubblica.
Fino a quando non sarà emanata una nuova Costituzione e con essa non si sarà «costituito», politicamente parlando un nuovo Stato, il capo dello Stato, che l’ha fatto anche per un intimo convincimento, dovrà naturalmente rendere sempre omaggio alla Resistenza e condannare chi ha aderito alla Repubblica sociale italiana. E così i ministri del governo Berlusconi di Alleanza nazionale - anche se eredi di quel partito, il Movimento sociale italiano, che era il partito certo di molti giovani che sventolavano il tricolore, che si rifacevano all’ideale di Patria, e che gridavano: «Viva l’Italia!» (tutte cose che negli anni lontani venivano considerate «fasciste»!), e dei così detti «reduci di Salò» (salvo Dario Fo e gli altri che un anno dopo la fine del secondo conflitto mondiale si iscrissero immantinente nel Partito comunista italiano che a loro avviso era l’unico che potesse portare avanti le idee «sociali» della Repubblica di Salò) - o dovrebbero inneggiare anche loro alla Resistenza o almeno tacere.
Per quanto riguarda il buon Dario Franceschini, non è giusto far ricadere su di lui le colpe dei «nonni», d’altronde già ampiamente riscattate dalla sua militanza di «cattolico adulto» e di «compagno di strada» degli ex-comunisti, nazionali e non stalinisti ben inteso, del Partito democratico, quale vicesegretario di un segretario, Walter Veltroni, il quale, iscritto al Partito comunista per la sua ammirazione per Enrico Berlinguer (e lo posso capire!), comunista nel senso ideologico del termine, e cioè marxista-leninista, non lo fu giammai, per inclinare poi verso il tardo-kennedysmo, il clintonismo, il kerrysmo e ora l’obamaismo.
Che poi, caro Giampaolo, se tu sarai chiamato, come accadde a Renzo De Felice, un «revisionista», «te la sarai cercata!».

P.S. Naturalmente se io fossi stato al Nord, avrei fatto la Resistenza; magari dovendo scegliere tra la banda dell’amico Ugo Pecchioli o qualche altra banda, per esempio quella del cattolico e poi grande filosofo del diritto Sergio Cotta o, come disse un presidente della Repubblica - non io ché, tra l’altro, sono stato solo una parvenza o fantasma di presidente -, «le stanze ovattate e ben riscaldate della biblioteca dell’Istituto Giuridico-Sezione per la Filosofia del Diritto, della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Torino», ove uno che poi fu acclamato «Padre della Patria», e poi fu il primo a sottoscrivere l’appello degli ottocento che definiva il commissario Calabresi un «torturatore e un assassino», combatté strenuamente il nazifascismo con la penna, scrivendo saggi che prudentemente pubblicò soltanto dopo che le truppe alleate avevano occupato, alias «liberato», la capitale del Piemonte! Ma non so se avrei potuto scrivere queste quattro righe, perché sarei potuto essere abbattuto dal fuoco dei nazifascisti o di qualche brigata partigiana di diverso colore...