Una polemica con le bollicine per il paese di nome Champagne

In Svizzera c’è un piccolo centro che si chiama come il celebre vitigno transalpino. E ora la Francia si ribella

Ci hanno provato. Bottiglie di Champagne, senza lo champagne. Grissini e biscotti, ancora con la stessa etichetta ma niente essenza, profumo, goccia proveniente dalle Ardenne. Non è mica roba da cinesi. Nemmeno da furbettini del Paese nostro. Trattasi addirittura della Svizzera, sì, la federazione elvetica, i rossocrociati, per la precisione, cantone di Vaud, distretto di Grandson, comune di Champagne, nome di origine controllato, abitanti meno di mille ma umiliati e offesi dalle corti di giustizia francesi e dell’Unione Europea.
In breve: qui, nel Vaud appunto, producevano, su una superficie di ventotto ettari in tutti, un vino bianco, fermo, lo imbottigliavano, lo etichettavano secondo la denominazione di origine, per i vodesi del tutto controllata.
Ma i signori di Chalons-en-Champagne, della Marna, anche Alta e di Aube, di Reims e Troyes, i viticoltori (ettari trentaduemila!) della regione più ricca e storicamente più «nominata» e bevuta nel mondo, hanno detto basta. Giù le mani dal nostro prodotto, chi tocca lo champagne rischia la galera, niente profumo (aveva tentato l’impresa Yves Saint Laurent), niente sigarette, qualche traccia di acqua minerale in vendita da Harrod’s a Londra a 15 euro alla bottiglia, in caso di contenzioso legale l’eventuale penale è già pronta) e addirittura niente mostarda (ne esiste un tipo anche in Italia, che porta la scritta Pommery, la si può trovare in Gran Bretagna, dovunque in Europa ma in Francia è stata tolta dal mercato, o è champagne o è Cambronne!).
E così la ditta Cornu, un nome che da noi sarebbe una garanzia a scadenza, si è vista costretta a mettere in soffitta i grissini, lo sfilatino, i biscotti tutto quello che da tre generazioni produceva, ovviamente etichettato «de Champagne». Così i viticoltori, fino a quattro anni orsono si potevano reperire sul mercato bottiglie di vino bianco, siamo attorno al lago di Neuchatel, con l’etichetta «Champagne» e il disegno del borgo medesimo, tre casette, un albero sullo sfondo, forma classica per nulla confondibile con le bollicine millesimate e non.
La vendemmia è proseguita ma l’etichettificio e i conti sono entrati in crisi: da 110mila bottiglie, produzione annuale, si è calati a 35-40mila con ovvie proteste di popolo. Per rendere l’idea, i mille di Champagne hanno preso un’autogru, hanno sradicato il cartello stradale che indica l’ingresso al paese, Champagne, hanno issato una bandiera francese con una bottiglia di Champagne doc che penzolava tipo forca. Trovandosi in Svizzera il gioco è durato lo spazio di una risata, l’autogru ha provveduto a ripristinare la segnaletica protocollare e qualcuno si è poi occupato di scolare la bottiglia suddetta.
Ma a rendere più nervosi gli abitanti del Vaud è la constatazione che negli Stati Uniti, in Russia e in Ucraina, cioè fuori dall’Unione Europea, impazzano etichette di champagne su qualunque prodotto, vino compreso. A loro sì e a noi no hanno provato a strillare. Colpa della Swissair, la compagnia aerea alla memoria, finita in bancarotta. Nel 1998 la Swissair aveva chiesto e ottenuto dalla Ue di poter parcheggiare i propri aerei negli scali europei.
Ma l’Ue non aveva concesso l’autorizzazione senza nulla pretendere: vietate a quelli di Champagne di fare i furbi, basta con i grissini, i prodotti da forno, il vino con l’etichetta che invece è originale del grande nettare di Francia. Potremmo incominciare anche noi italiani, una richiesta ufficiale a Parigi per la restituzione dei cognomi con l’accento originale italiano, da Lino Ventùra a Sergio Reggiàni, da Michel Platìni a Piero Cardin (e non «Cardèn»).
Ci pensi madame Carla, la Bruni, non la Brunì, ça va sans dire.