La polemica Gli ipocriti dell’emergenza carceri: protestano solo d’estate

Con la rassicurante regolarità con cui, ogni anno, si formano code sull’Autosole, una tromba d’aria terrorizza i bagnanti della Riviera o, ogni giorno, c’è una notizia sul traffico tra Candela e Caianello, monta lo scandalo dei penitenziari. Alti lai da sinistra, con contrappunto di coro sul «fallimento del carcere» da parte degli intellettuali di accompagnamento, ammissioni intrecciate di concessive nel centrodestra.
Siamo scafati: non ci limitiamo all’oggi ma anticipiamo il seguito di questa amara soap opera estiva.
Luglio è la stagione della denuncia della barbarie dietro le sbarre (che dura tutto l’anno ma non dappertutto: le isole di eccellenza, gestite da professionisti eccezionali, andrebbero incoraggiate). A inizio agosto, invece, frutto di un’alchimia pari a quella che regola la comparsa dei funghi sull’Appennino, sopraggiunge il consueto efferato delitto commesso da un semilibero (meglio se sospetto pedofilo, ottimo se anche terrorista islamico in pectore). Notizia provvidenziale anch’essa, preceduta dal tappeto sonoro di evasioni rocambolesche, sia perché consente qualche minuto di attenzione per chi subisce, in silenzio, il trattamento più infame di tutti: la vittima del reato; sia perché consente l’alternanza: vivaci proteste dal centrodestra dell’emiciclo, perplessi distinguo altrove.
Prima che, a Ferragosto, prenda il largo la solita proposta - bipartisan e risolutiva - di tassare i guadagni delle prostitute, tentiamo di dire una qualcosa di diverso. La politica italiana potrebbe avanzare pretesa nei confronti di Mrs. Rowling, per violazione del diritto d’autore. Come in una scena madre di Harry Potter, i protagonisti si scagliano incantesimi: qui le formule del «diritto penale minimo» e del rilancio dell’edilizia penitenziaria.
Slogan vuoti e improvvidi destinati alla fine triste degli ombrelloni a fine estate. Il diritto penale è già minimo (il processo, invece, più evoluto, è ormai ai minimi termini). I condannati fuori sono più dei detenuti in carcere. In carcere stanno moltissimi poveracci, ma ciò non dipende dal codice, ma dall’assenza di supporti (casa, lavoro) che escludano la recidiva. Il diritto non può, se non in un delirio di onnipotenza di cui si intravedono talora i segni, curare la società, così come, insegnava Mario Canepa, «il pretore non può far viaggiare in orario i treni». Il degrado, dove c’è, non si risolve per legge, punitiva o premiale che sia, più che per magia.
L’edilizia penitenziaria è una risposta logica, ma trascura di domandarsi se non sia più produttivo ed economico migliorare controlli e supporti delle misure alternative. Analisi impossibile, per ragioni che è forse malizioso indagare: in Italia non esiste alcuno studio nazionale, consolidato e scientifico, del fenomeno della recidiva.
Non vale però la pena di affannarsi troppo: a settembre ricominciano attività parlamentare e processi vip e, diceva Fabrizio de André, dopo esserci indignati e impegnati, potremo gettare la spugna con gran dignità.
* Ex magistrato di sorveglianza