La polemica La pillola del giorno dopo divide i farmacisti romani

«Fa male». «L’abbiamo esaurita». «Dobbiamo ordinarla». È questo il tipo di risposta in cui a volte incappano coloro che, muniti di regolare ricetta, si recano in farmacia per richiedere la «pillola del giorno dopo». Un’obiezione (di coscienza) mascherata. Un rifiuto velato che, stando alle testimonianze che abbiamo raccolto, non si verificherebbe poi tanto di rado. Diversa la dinamica che ha caratterizzato l’episodio avvenuto qualche giorno fa e che ha visto protagonista una paziente della dottoressa Lisa Canitano, presidente dell’associazione «Vita di donna».
«Il farmacista di turno al quale si è rivolta la mia assistita non ha voluto venderle il farmaco che le avevo prescritto invocando l’obiezione di coscienza, un diritto che finora non è stato riconosciuto alla categoria professionale di cui fa parte. In questo modo ha violato la legge».
È la prima volta che la dottoressa Canitano si ritrova ad avere a che fare con un rifiuto così palese. «Di solito, in certe situazioni, al fine di nascondere il motivo reale del loro diniego i farmacisti preferiscono ricorrere a una scusa qualsiasi».
Pietro Uroda, capofila dei farmacisti cattolici, scuote il capo e, in barba all’articolo 38 sul servizio farmaceutico, secondo il quale i farmacisti non possono esimersi dal vendere le specialità medicinali di cui sono provvisti, dice che lui d’inventarsi scuse non ne ha bisogno. Titolare di una farmacia a Fiumicino, dal 2000 a oggi si è sempre rifiutato di dare la pillola del giorno dopo a chicchessia. «Secondo quanto stabilito da una sentenza del Tar del Lazio si tratta di un farmaco potenzialmente abortivo - spiega il dottor Uroda - dal momento che impedisce all’ovulo eventualmente fecondato d’innestarsi nell’utero materno. Premesso questo, la legge sull’aborto autorizza gli operatori sanitari a ricorrere all’obiezione di coscienza».
Una tesi in contrasto con la dichiarazione rilasciata da Giacomo Leopardi, presidente della Federazione degli Ordini dei farmacisti, in seguito al «no» secco incassato dalla paziente della dottoressa Canitano: «I colleghi sono obbligati a fornire i farmaci prescritti».
La sensazione è che la pillola del giorno dopo abbia generato un clima di divisioni che sarà difficile da dissipare. Da un lato ci sono quelli che considerano il farmaco in questione un metodo contraccettivo d’emergenza e dall’altro quelli che invece non vogliono essere complici di un «omicidio». Quelli che cercano una scusa e quelli che non fanno segreto dei principi morali che li animano. Quelli che obbiettano e quelli che contestano a questi ultimi di non averne il diritto.
Su una cosa però sembrano tutti d’accordo, ovvero che al riguardo è necessario fare maggiore chiarezza. «Serve una legge esplicita in materia che tuteli il farmacista che non se la sente di vendere un medicinale simile», sottolinea Pietro Uroda. «Almeno così avremmo una lista delle farmacie disponibili a erogare il farmaco evitando al paziente inutili perdite di tempo», gli fa eco la dottoressa Lisa Canitano.