Polemica per il Risorgimento di Martone: la Rai lo produce ma poi l’abbandona

Noi credevamo che la Rai fosse in grado di spingere il mercato a trovare la giusta collocazione al costoso film sul Risorgimento di Mario Martone. Noi credevamo che, nei 150 anni dell’Unità d’Italia, con tutti i richiami alla coesione nazionale diramati dal Quirinale e con tutti i soldi erogati al Comitato relativo, fosse possibile convincere centinaia di esercenti a mollare un bel po’ di sale, prima di Natale. Quando cinepanettoni e compagnia gaudente la fanno da padroni al box office. Noi credevamo che i giovani italiani, a digiuno di storia patria, potessero amare Mazzini e Cavour, Garibaldi e Pisacane, mostrati dall’interessante (anche se discussa) pellicola del regista partenopeo come giovani ardenti, pronti a morire per un ideale: l’Italia. Noi credevamo che, al lancio del prodotto, passato alla Mostra veneziana e pagato dal Ministero dei Beni Culturali, dalla Film Commission Torino Piemonte e dalla regione Puglia (oltre che dalla francese «Les Films d'içi»), non avremmo assistito a un sostanziale scaricabarile tra dirigenti di Viale Mazzini. Invece Noi credevamo finisce in un pugno di sale (trenta), dove in un amen smonteranno le tre ore di fiction garibaldina. Ma allora perché spendere milioni di euro per produrlo, solo per il passaggio in tv? Noi credevamo. Ma forse ci sbagliavamo.