La polemica su MartoneÈ vero: troppi lavativi "parcheggiati" in aula

Il viceministro del Lavoro, Michel Martone, 37 anni, <strong><a href="/interni/baby_prof_contro_bamboccioni_laurea_dopo_28_anni_sfigati/25-01-2012/articolo-id=568641-page=0-comments=1" target="_blank">striglia gli eterni fuori corso</a></strong>: "Laurearsi dopo i 28 anni? E' da sfigati"

La figura dello studente lavoratore divenne una realtà negli anni Settanta in tutta Europa, in seguito ai movimenti sessantotteschi e alle loro richieste di una maggiore democrazia nella scuola e nell’Università. Si istituirono corsi serali specifici per chi - giovane e meno giovane - intendeva studiare e non poteva farlo negli orari tradizionali. Così lo studente lavoratore divenne un’icona del socialismo reale in terra d’Occidente.

In lui si riconosceva il messaggero della coscienza di classe all’interno di un’istituzione, quella universitaria, che possedeva caratteristiche elitarie da distruggere. Se lo studente lavoratore non arrivava alla laurea, era irrilevante: importante era la sua presenza capace di illuminare i giovani universitari, più o meno figli di papà, che potevano così ricevere da lui l’esempio di un comportamento virtuoso: studiare e fare politica (di sinistra). L’esempio è, invece, un altro: una buona norma (dare l’opportunità di studiare a chi lavora) che rovina nella demagogia.

Quei tempi sono lontani: gli studenti lavoratori sono oggi eccezioni; quando ci sono, non sono impegnati a fare i capi popolo per improbabili rivoluzioni comuniste; generalmente studiano con molta dedizione perché sanno cosa significa rimanere ignoranti; se li trovi in aula (questa è la mia esperienza), sono spesso tra coloro che partecipano con più entusiasmo. Quando ce la fanno, si laureano in ritardo rispetto ai tempi stabiliti, ma con successo. L’odierna demagogia senza ideologia - un po’ grottesca e un po’ becera - riesce a fare di tutta un’erba un fascio e non distingue gli studenti che ancora a 28 anni non si sono laureati. Ecco perché fa tanto scandalo la frase del vice ministro del lavoro, Michel Martone: «Se a 28 anni non sei ancora laureato, sei uno sfigato».

Lo studente lavoratore oggi è, appunto, quasi scomparso e, comunque, è assolutamente da lodare se riesce a laurearsi, magari a quarant’anni. Altra cosa sono gli studenti a tempo pieno che si auto parcheggiano nell'Università senza laurearsi vuoi perché non ce la fanno intellettualmente, vuoi perché sono dei fannulloni. L'Università ha tanti affanni: gli studenti fuori corso sono un piccolo problema accademico che andrebbe risolto senza farsi troppi scrupoli. Dunque, ha buoni motivi per sentirsi offeso dal giudizio del vice ministro Martone chi è davvero uno studente lavoratore con le caratteristiche ricordate. Ma sono eccezioni a cui ovviamente non si riferiva il vice ministro. Tutti gli altri che a 28 anni non terminano gli studi, sono invece veri lavativi.

Naturalmente escludo quelli che sono in ritardo perché hanno contratto una malattia, hanno avuto gravi problemi familiari. E mettiamoci pure chi ha patito delusioni sentimentali (soprattutto i maschi, essendo le femmine mille volte più sveglie di loro). Nel complesso, anche queste, eccezioni. Gli altri studenti, confermo, sono indolenti, non capiscono l'importanza di sostenere gli esami con regolarità, di laurearsi e cercare di entrare nel mercato del lavoro.

Si difendono, per giustificare la loro permanenza fuori tempo massimo nell'Università, trovando colpe e responsabilità nell'istituzione, ma in realtà appartengono al genere antropologico del «bamboccione», che prolifica nelle famiglie in cui è assente l'autorevolezza del padre. Poi ci sono gli studenti che, nonostante la buona volontà, proprio non ce la fanno, vuoi perché non hanno la necessaria preparazione di base, vuoi perché mancano di un corretto metodo di studio.

A costoro varrebbe la pena ricordare che la nostra cultura politica, dominante negli ultimi quarant'anni, nel celebrare la laurea come conquista dell'emancipazione sociale, ha colpevolmente umiliato il lavoro artigianale. Si dovrebbe riconsiderare il valore del lavoro nelle arti e nei mestieri e convincersi che non è degno di rispetto soltanto chi è laureato.