Police, un concerto da maestri. E ora il nuovo album

Grandissimi, ma senza strafare, i tre di nuovo insieme a Vancouver dopo 24 anni, nel primo show del tour, hanno ripercorso tutti i loro successi. E in progetto, per la gioia dei fan, potrebbe esserci un cd

Vancouver - E quindi si chiude così, con Sting ed Andy Summers in bilico sul bordo palco, a suonare e suonare mentre Stewart Copeland accelera le ultime battute di Next to you. Bye bye Vancouver, la prima data del tour mondiale è finita. Che concerto, signori.

D’accordo, bravi sono bravi. E furbi pure, visto che al momento giusto hanno messo da parte i litigi per partire con la serie di concerti più redditizia del 2007. Però che i Police (175 anni in tre) fossero anche così saggi era difficile prevederlo: in due ore di show, 21 canzoni e qualche improvvisazione, sono riusciti a mantenersi in equilibrio tra l’essere e l’apparire. Non hanno finto di essere ancora i pivelli che erano. E non si sono messi a schiumare bravura, facendo i professoroni imbolsiti. Sono rimasti nel mezzo, hanno suonato come fanno i veri maestri, ossia benissimo ma senza farsi notare, senza esibire, senza mettersi in mostra con gli occhioni soddisfatti. A dire il vero, l’unica cosa in mostra sul palco circolare erano i bicipiti di Sting, perfetti per un 56enne, che lui ha lasciato germogliare fuori dalla t-shirt bianca così lisa e bucherellata da essere probabilmente la stessa usata proprio qui, a Vancouver, nel concerto del 1980. E lasciamogli questo vezzo.

Quando nell’aria sfumano le note di Get up stand up di Bob Marley e si capisce che è il momento giusto, qui alla General Motors Place i ventimila (tutto esaurito anche il concerto di martedì) trattengono il fiato come raramente capita in uno show pop. Gong! Prima Sting: è lui a salire i gradini che dal camerino portano al palco circolare e presentarsi con il braccio alzato. Poi Stewart Copeland, che ha dato il tocco al gong e, quando s’accendono i proiettori, scintilla con i suoi capelli grigi in mezzo alla batteria. Scintillano anche le scarpe nere di Andy Summers, che sono quelle di un suonatore di jazz invitato a un gran gala. Questo lo è. E questo è il Message in a bottle (tra l’altro la canzone d’apertura), il messaggio nascosto del primo di cento concerti in giro per il mondo: i Police hanno una scaletta di ventun brani che li conosce chiunque, tanto sono famosi. E, per capirlo, mica bisogna aspettare il furioso assolo di chitarra in Syncronicity 2 mentre Sting «sleppa» sul suo basso scrostato e vecchio. Ma basta vedere quant’è preoccupato Andy Summers quando guarda Sting mentre la strafamosa Don’t stand so close to me deraglia, farfuglia e s’ammoscia senza che nessuno sappia il perché. È tenero, Andy, anche se nell’intervista a Guitar Player ha svelato il segreto di Pulcinella: «La cosa più naturale per i Police sarebbe fare un disco nuovo e poi tornare in tournée». Sting fa invece l’indifferente e dal tavolino arabescato prende una tazza nera per un sorso di the. Prima aveva regalato l’unica battuta: «Visto che sono 25 anni che non suoniamo insieme, vi voglio presentare la band». Risate. Tanto poi arrivano, nell’ordine, Driven to tears (chitarra stratosferica), Walking on the moon (dilatata e ipnotica), Truth hits everybody ed Every little thing she does is magic (inedita di basso e chitarre) che lui canta come se guardasse negli occhi sua moglie Trudie, seduta in ottava fila di fianco a Penelope Cruz e a Eddie Vedder, cantante dei Pearl Jam. Si perdono, loro, in mezzo a un pubblico mansueto e caldissimo, incapace di star fermo se il tocco secco della batteria inizia a dare il ritmo.

Certo, la scenografia è fatta apposta per esaltare la musica: un palco ad anfiteatro con la passerella intorno, zero effetti speciali, solo qualche schermo per garantire visibilità al pubblico dietro e ai lati. Durante Invisibile sun sugli schermi corrono immagini di ragazzi iracheni. E Walking in your footsteps serve per proiettare su una gigantesca rete gli scheletri dei dinosauri. Ma in fondo chissenefrega perché poi inizia Roxanne, che è strabiliante, dilatata da lunghe divagazioni soliste, affidata ai pensieri più che ai cori della gente, perfetta. Non fosse per i bis (King of pain, So lonely, Every breath you take e Next to you), il concerto finirebbe lì, esausto, goduto, in paradiso.