Al Policlinico i conti non tornano

In tanto scialo l’offerta sanitaria langue: sessanta giorni per una risonanza magnetica

Mancato controllo della spesa e liste d’attesa allo sbando. Questi i punti focali emersi dalla relazione sulla verifica amministrativa e contabile del policlinico Umberto I svolta dagli ispettori del ministero dell’Economia e finanze. Per sei mesi, e precisamente da luglio a novembre 2006, la contabilità dell’azienda universitaria è stata messa sotto la lente della Ragioneria generale dello Stato. Quanto al risultato dell’indagine, perfezionato in un’ottantina di pagine già il 18 luglio scorso, riporta alcune sostanziali peculiarità: carenze e irregolarità gestionali del management aziendale. Gli specialisti contabili partiti con la critica all’eccessiva presenza di dirigenti amministrativi (212 per l’esattezza), rispetto alle necessità organizzative dell’azienda sentenziano che «nell’ambito dell’ottimizzazione dei costi si dovrebbe perseguire una razionalizzazione funzionale degli uffici e l’eliminazione delle duplicazioni organizzative». Ma non è l’unica pecca. Già, perché nel solo 2006 sono stati ingaggiati con contratto di collaborazione 313 funzionari amministrativi con un costo per l’erario aziendale di 15 milioni di euro. Da sommare alla spesa di oltre 45 milioni per la retribuzione di 815 impiegati di ruolo. Ma, a fronte di un cospicuo numero di personale non sanitario «il livello amministrativo-informatico è arretrato» e questo secondo il ministero non consente di accertare l’effettivo rendimento degli operatori. Per cui per valutare la produttività gli ispettori della Finanza pubblica consigliano di attivare «un appropriato servizio per la Programmazione e il controllo di gestione». Peccato però che questo servizio da settembre 2005 c’è eccome: lo dirige Daniela Celin, la moglie del direttore generale Ubaldo Montaguti.
Ma passiamo avanti, a quella che è una vera e propria tirata di orecchi: la necessità di dover ripianare il forte disavanzo (stiamo sul mezzo miliardo di euro) «con la razionalizzazione delle attività evitando gli sprechi». Le indicazioni dei contabili riguarderebbero proprio la limitazione delle esternalizzazioni perché «dagli accertamenti esperiti sui costi dei servizi viene fuori che sono stati affidati senza il supporto di calcoli sul contenimento economico e di convenienza». Sarebbe da presupporre che in tutto questo scialo almeno l’offerta sanitaria navighi col vento in poppa. Sarebbe appunto, invece, neanche per sogno. La disamina degli ispettori finanziari sulle liste d’attesa la dice lunga. In primo luogo perché gli indirizzi aziendali sono carenti in merito al controllo dell’offerta di prestazioni ambulatoriali e sui tempi di erogazione degli esami diagnostici e specialistici. Ecco qualche esempio: 60 giorni per fare una risonanza magnetica alla colonna, la tac cerebrale, l’ecodoppler, la gastroduodenoscopia e l’ecografia addominale. Altri 30 giorni per una visita oculistica e visita cardiologia. Quanto ai ricoveri non va meglio: il 90 per cento dei pazienti aspetta 180 giorni per operarsi di cataratta e protesi d’anca, il 50 per cento solo - si fa per dire - 90 giorni. Per la coronarografia i tempi si scandiscono tra i 120 giorni e i 60 nel migliore dei casi. Neanche quando si tocca il capitolo delle patologie oncologiche c’è da stare allegri. Secondo gli analisti della Finanza pubblica «manca un modello di percorso diagnostico finalizzato, in caso di neoplasia, ad assicurare tempi di attesa adeguati ai bisogni clinici».