Policlinico San Donato: «Rimborsi non dovuti per due milioni di euro»

Cartelle cliniche gonfiate: indagati quattro dirigenti e diciannove medici

(...) L’inchiesta coordinata dai pubblici ministeri Sandro Raimondi e Tiziana Siciliano, e condotta dal Nucleo di polizia tributaria delle Fiamme gialle, è in corso da mesi e prende in esame circa 1.450 cartelle cliniche della casa di cura firmate dai medici del Policlinico San Donato tra il 2004 e il 2006. Per lo più, interventi dermatologici che si sarebbero potuti svolgere in regime ambulatoriale, ma che sarebbero stati eseguiti con procedure ben più onerose per la Regione. «Per fare comprendere l’ordine medio di grandezza - scrive infatti il gip Vincenzo Tutinelli - può dirsi che un’operazione in day hospital viene rimborsata nella misura di circa 1.900 euro», contro i circa 400 euro di un «intervento svolto ambulatorialmente». Ma ci sono casi ben più rilevanti. Centinaia di operazioni da 44, 54, 73 euro costate allo Stato tra i mille e 300 e i 5mila e 800 euro. In un caso, sostiene l’accusa, dai 33 euro si è saliti fino agli 8mila 120.
«Le cartelle cliniche - sottolinea la perizia - risultano mancanti di dimostrazione esplicita, clinica e assistenziale circa la necessità di ricovero», sottolinea ancora il giudice. Di più, sono «estremamente povere in contenuti e documentate anche da dati contrastanti». Per questo, «le degenze paiono più correlabili a un più favorevole rimborso economico che verso esigenze specifiche di cura del singolo assistito». E le anomalie non mancano. «Nessuno ha saputo spiegare come mai in molti casi non siano state fatte analisi preventive nonostante fossero necessarie», perché «in molti casi in un day hospital da un solo posto permanessero contemporaneamente 10/12 persone», o perché «il consenso appaia sottoscritto» dal paziente «dopo l’inizio dell’operazione». E infine, «come mai interventi classificati come importanti avessero durata assai limitata e si susseguissero a pochi minuti l’uno dall’altro».
Così, «l’uso della cartella clinica contenente dichiarazioni parzialmente false ha permesso di fornire una falsa rappresentazione della realtà al soggetto pubblico», cui sono state chieste provvigioni pari - in totale - a circa sei volte il valore reale degli interventi effettuati. E responsabili sarebbero i vertici della clinica, che non avrebbero mai svolto alcuna attività per «scoprire ed eliminare tempestivamente le situazioni di rischio».
Da San Donato, però, l’amministrazione della clinica rivendica «la piena correttezza e legittimità dei comportamenti dell’istituto». Quindi, viene espressa «piena fiducia» nei confronti di tutto il proprio personale, amministrativo e medico, e ribadita «la moralità e la competenza professionale, riconosciute in ogni sede nazionale e internazionale». «Le informazioni diffuse - spiegano ancora dalla clinica - appartengono a una fase processuale del tutto priva di contraddittorio e conseguentemente priva della possibilità di qualunque strumento difensivo utile a dimostrare l’assoluta estraneità dell’Istituto e dei suoi collaboratori ai fatti contestati».