Il Politecnico della cultura fa festa

Per la fine dei corsi gli studenti delle ex scuole civiche mettono in scena a Villa Simonetta una kermesse di musica jazz, cinema, teatro e danza. Anche per celebrare 5 anni di successi

Francesca Amé

Una fondazione che raduna attorno a sé oltre tremila studenti, centocinquanta docenti e cinquecento corsi suddivisi per categoria. Si impara l'arte del teatro, del cinema, della musica e quella di esprimersi attraverso lingue diverse dalla nostra. È il Politecnico della cultura, delle arti, delle lingue che, risorto cinque anni fa dalle ceneri delle scuole civiche di Milano, quest'anno ha incrementato del 20 per cento il numero degli iscritti. Ci sarà una festa a Villa Simonetta per la chiusura dei corsi e per mettere in scena le eccellenze artistiche del pianeta giovani a Milano. L'appuntamento è per domani sera (a partire dalle ore 21) con una kermesse di musica jazz, teatro, cinema e danza interpretata dagli allievi delle ex scuole civiche meneghine che oggi studiano presso il Politecnico delle performing arts, com'è comunemente chiamato dagli addetti ai lavori. Lo spettacolo è curato da Massimo Navarone, già direttore della Paolo Grassi e oggi del dipartimento di teatro del Politecnico, e offrirà la piacevole occasione di osservare da vicino il restauro da poco ultimato degli affreschi della cappella gentilizia della villa meneghina.
Non è un compleanno come tutti gli altri, questo: la Fondazione ha da poco presentato un primo bilancio sul quinquennio trascorso e in un periodo in cui si discute del valore della bellezza e della cultura a Milano è con orgoglio che il presidente Stefano Mazzocchi assicura che il Politecnico è «capace di affrontare la sfida delle contemporaneità». L'occhio lungo verso il futuro di fatto affonda le radici su alcune delle scuole migliori della tradizione meneghina: si pensi alla gloriosa Civica scuola di musica, oggi Accademia della musica, fondata nel lontano 1862, oppure alla celebre Scuola d'arte drammatica Paolo Grassi. La fondarono agli inizi degli anni Cinquanta Grassi e Giorgio Strehler, per rinforzare il vivaio del Piccolo di Milano: da trentotto anni è in mano all'amministrazione comunale e richiama ancora i migliori talenti della Penisola. Ci sono poi eccellenze che hanno dimostrato il loro valore negli ultimi anni: la scuola di Lingue, rispondendo alla naturale tendenza alla multiculturalità della città, oggi è l'unico ateneo in Lombardia a offrire la specializzazione per interpreti e traduttori e da solo copre la metà delle richieste sul territorio nazionale sul fronte della formazione linguistica di alto livello.
Accanto al dipartimento di musica, teatro e lingue, quello della scuola di cinema, televisione e nuovi media dove si impara a diventare videoreporter, filmaker, autori di sceneggiatura, montatori, documentaristi e altro ancora. La scuola nacque anch'essa in quel periodo di boom creativo che furono gli anni Cinquanta: era una piccola scuola serale, seguita da qualche curioso che voleva capire qualcosa di più del grande schermo. Oggi al cinema si è affiancato il mezzo televisivo e, negli ultimi anni, la Rete con la miriade di specializzazioni connesse a questo modo di comunicare. Sogni ad occhi aperti? Da un recente sondaggio sugli ex alunni del Politecnico pare proprio di no: oltre il 70 per cento degli studenti dei quattro dipartimenti ha trovato uno sbocco occupazionale nel settore. «Pensare a una Milano che produce cultura e che pone i giovani come protagonisti del nostro futuro - ha commentato Mazzocchi - vuole dire puntare sul binomio tradizione-innovazione». Sì dunque allo studio delle arti, ma con attenzione alle esigenze attuali del territorio. Dati alla mano, di «performing arts» a Milano si può ben campare.