«È la politica del borsellino già usata al Palazzo di Vetro»

Gaia Cesare

«È questa la strada da battere per respingere l’assalto che stanno compiendo Germania e Giappone al Palazzo di Vetro. Bisogna denunciare sotterfugi e pressioni, contrastare quell’arroganza teutonica che l’Italia e il resto d’Europa non possono più sopportare. Appoggio in pieno l’ambasciatore Marcello Spatafora. Al posto suo non avrei esitato a fare la stessa cosa». Sono lapidarie le parole di Francesco Paolo Fulci, frutto di esperienza e memoria storica conseguite in sette anni (tra il 1993 e il gennaio 2000) di impegno come ambasciatore italiano alle Nazioni Unite.

Lei non crede che l’uscita di Spatafora sia stata «sopra le righe» rispetto alle abitudini e alle etichette che vigono al Palazzo di Vetro?

«Io trovo che la denuncia pronunciata dal nostro ambasciatore all’Onu - di cui ho grande stima - sia stata a dir poco necessaria. Direi dovuta. Giappone e Germania intendono declassare nell’arena internazionale l’Italia e l’Europa per i prossimi cinquant’anni. Era ora di dichiarare a voce alta che siamo stanchi di questa politica di corruzione».

Lei è stato ambasciatore proprio negli anni in cui si fece il primo tentativo di riforma. Già allora la corruzione imperversava come arma di pressione o si tratta - come sostengono Berlino e Tokyo - di accuse «di basso livello»?

«Era l’autunno del 1997 - e la cosa proseguì nel ’98 - quando l’Italia presentò una risoluzione che permetteva di decidere sulla riforma del Consiglio di Sicurezza con una maggioranza di due terzi di presenti e votanti. Anche allora Germania e Giappone ci osteggiavano. Ebbene, questi stessi Paesi fecero ogni sorta di minaccia e pressione morale sugli ambasciatori che avevano osato firmare la proposta sponsorizzata dall’Italia. Alla fine fummo noi a spuntarla».

Pressioni e minacce di che genere?

«Non mi lasci entrare nei dettagli... Le dico solo che tedeschi e giapponesi, ma soprattutto i giapponesi, erano famosi per le loro offerte di viaggi lussuosi agli ambasciatori che volevano convincere».

Dunque si tratta di una pratica che non è affatto nuova al Palazzo di Vetro...

«Non c’è proprio nulla di nuovo. I Paesi membri più forti minacciano i più deboli di togliere gli aiuti, per esempio. È la “politica del borsellino”, che viene spesso esercitata ai danni degli Stati più diseredati. Ma voglio dirle una cosa: anche i Paesi più poveri hanno una dignità. E nel ’97, per esempio, cedette alle pressioni solo il Guatemala, e nessun altro».

Ma perché lei ce l’ha tanto con la Germania e la sua proposta di riforma?

«Glielo spiego: vorrei un Consiglio di Sicurezza in cui l’Europa conti di più come espressione di un’ampia realtà macroregionale. Io voglio una Germania più europea e non un’Europa più germanica».

Spatafora ha chiesto addirittura l’apertura di un’inchiesta indipendente. Si farà? E che esiti potrebbe avere?

«Ho qualche dubbio sulla sua realizzazione e temo che finirebbe come l’inchiesta sull’oil for food, in un nulla di fatto».

Secondo lei chi la spunterà in questo braccio di ferro all’Onu?

«Tutto si deciderà nei prossimi giorni, durante l’incontro fra i ministri degli Esteri africani ad Addis Abeba. Bisogna capire se loro cederanno alle pressioni. E vedere cosa fanno anche una quarantina di Paesi ancora indecisi. Ma per l’Italia questo è un treno che non bisogna perdere».