LA POLITICA DEL CAFFÈ

C’è un simbolo di questo governo che ci avrebbe dovuto far capire tutto: la tazzina del caffè. Quella che il ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, non offre ai suoi interlocutori quando vanno nel suo ufficio a trovarlo. E che i grandi giornali hanno già battezzato come segnale di austerità. Severità di comportamenti. Serietà di intenti. Ci vorrebbe qualcuno che dicesse che si tratta solo di ipocrita disattenzione.
Così come ci vorrebbe qualcuno che dicesse che la prima mossa di questo governo non ha liberalizzato un bel niente, ha dato una batosta fiscale ad alcuni settori ed ha dimostrato l’incredibile improvvisazione di una classe dirigente che si è sempre autodefinita tale. E che per di più ha fatto tutto ciò con uno strumento legislativo, la decretazione d’urgenza, che incide immediatamente nei suoi effetti pratici. Per quel gioco riflesso per cui i disattenti diventano austeri, gli incompetenti sono subito diventati decisionisti «scova-evasori».
Su questo Giornale sin dal primo istante abbiamo plaudito alle timide liberalizzazioni che il decreto Bersani-Visco aveva introdotto. Non abbiamo mai pensato di correre dietro alla difesa di privilegi corporativi anche di settori tradizionalmente moderati come quelli, gli unici, toccati dalla fretta del decreto Bersani. Ben venga maggiore aria nei trasporti, nel commercio, nelle professioni. E sia benedetta qualsiasi mossa che le agevoli. Ma abbiamo impiegato poco a capire come le liberalizzazioni del decreto Bersani fossero come la tazzina del caffè di Padoa-Schioppa: un bluff.
Con i tassisti, lo scrivono egregiamente anche gli economisti della Voce.info, in gran parte vicini al governo di centrosinistra, si è completamente persa la timida partita. Altro che liberalizzazione: si è consacrato il rito familistico della licenza, che può essere più o meno a piacimento tramandata e usata come un titolo nobiliare. Roma27 predicato della famiglia Rossi. Napoli48 predicato del clan Bianchi. L’hanno difesa con le spade e l’hanno festeggiata a Piazza Santi Apostoli. Complimenti. Se continua così i farmacisti si presenteranno alla Camera con le siringhe sguainate.
Ma ciò che più è grave è il metodo. Il Decreto Bersani è stato venduto come un atto urgente per aprire il mercato alle liberalizzazioni. Solo in un secondo tempo si è capito che si componeva anche di una importante, anzi preponderante parte fiscale. Ecco spiegata l’urgenza: dietro alla foglia di fico di una finta liberalizzazione si celava la vera anima fiscale della manovra governativa. La solita tazzina del caffè: ti vendono per austerità la maleducazione.
Ma qui c’è qualcosa di peggio. Prendete il vostro amministratore di condominio. Immaginate che vi dica che per il prossimo anno le spese condominiali per lavori in corso saranno 100 euro. E che la prima rata da 50 euro la preleva con effetto immediato dal conto corrente. Ebbene dopo pochi giorni scoprite che la vostra quota di lavori vi verrà a costare 3000 euro: 30 volte tanto. Fate un salto sulla sedia e licenziate in tronco il vostro amministratore. Ebbene è quanto ha fatto Visco con i nostri quattrini nel decreto delle liberalizzazioni: ha pensato introducendo nuove norme fiscali di ricavare 1 miliardo di euro. Dopo qualche giorno gli hanno fatto capire che ne avrebbe portati a casa almeno 30. E con un emendamento il governo ha cambiato anche su questo terreno idea. Non prima ovviamente di aver ridotto la capitalizzazione di una dozzina di società quotate in Borsa.
Ma sono tecnici, preparati e seri. E se non vi offrono il caffè è perché sono austeri.