La «politica dei vertici» che aiuta a non decidere

Ancora un vertice, ancora uno. Il presidente del Consiglio, dopo aver letto le dichiarazioni del presidente della Camera (una sorta di premier ombra) su «eskimo e grisaglia» ha convocato a Palazzo Chigi D’Alema, Parisi, Pecoraro Scanio, Diliberto, Giordano. In serata, tanto per non perdere l’abitudine, vertice con i sindacati sulle pensioni. Scusate la domanda retorica: ma quanti vertici ha convocato e fatto il Professore? Molti. Talmente tanti che non è quasi possibile ricostruire tutta la sfilza. Ma un riepilogo complessivo che tenga conto dei casi più significativi si può tentare, perché la politica dei vertici di maggioranza che tanto ricorda le abitudini partitocratiche della Prima Repubblica non riguarda una degenerazione del governo dell'Unione ma la sua intima essenza.
Su ogni tema decisivo dell’agenda politica l’Unione, che ha scelto questo nome per una sorta di contrappasso verbale, è divisa. Non da ora. Poco dopo la formazione del governo Ilvo Diamanti scrisse: «Gli elettori di centrosinistra sono in apnea. Aspettavano da anni la fine del governo Berlusconi. E adesso osservano ciò che sta facendo il “loro” con perplessità crescente». Eugenio Scalfari, dopo essersi tappato il naso e le orecchie, alla fine non ce la fece più ed esplose: «Il governo Prodi sta dando, almeno per ora, un’immagine di sé scomposta, sciancata, mediocre». Il governo ancora non è uscito dall’auspicata parentesi di Scalfari: «almeno per ora» è diventato non un’eccezione ma la regola. Fu proprio per cercare di metterci una pezza che Prodi volle riunire il governo in una gita fuori porta in un tranquillo paesino dell’Umbria soltanto dopo poche settimane dalla sua nascita. L'obiettivo era dichiarato in partenza: cercare di evitare le singole dichiarazioni dei ministri e le fughe in avanti della sinistra radicale.
La ricetta di Prodi era semplice: «Visto che non abbiamo le idee chiare su nulla e abbiamo interessi che confliggono, fatemi la cortesia di stare zitti. Parlo solo io». Ma Prodi non aveva messo in conto che i suoi ministri, da Di Pietro a Visco, da Ferrero alla Turco, dalla Pollastrini a Rutelli, parlavano a ruota libera perché non erano d’accordo su nulla e ognuno cercava e cerca di giocare d'anticipo per piazzare la propria bandierina e affermare l’esistenza della sua politica. Il difetto è tutto nel manico: Prodi ha cercato di aggregare tutto l’aggregabile per vincere contro Berlusconi ma dopo il 9 aprile non solo non ha vinto le elezioni ma si è ritrovato a governare (si fa per dire) con una maggioranza ingovernabile. La Finanziaria, non a caso definita «la peggiore della storia repubblicana», è il prodotto di questa ingovernabilità: «Se siamo divisi su tutto, facciamo l’unica cosa che possiamo fare, aumentiamo le tasse».
Fu così che nacque la favola della «Fase 2» e Prodi, consigliato chissà da quale genio della comunicazione, decise di convocare un Consiglio dei ministri straordinario alla Reggia di Caserta: «Mettiamo da parte le divisioni e facciamo le cose che dobbiamo fare: le riforme». Questo era il pensiero unico dei cosiddetti riformisti della maggioranza di governo. Come è andata a finire lo sapete. Dalla Reggia di Caserta è uscita vincente la linea che doveva essere perdente: quella della sinistra radicale. Dunque, niente riforme.
Si giunge così all’oggi. La musica non cambia. Vertice sulla politica estera, concertazione sulle pensioni. Nessuno è d'accordo su nulla - pensioni, liberalizzazioni, legge Biagi, Afghanistan - dunque si convochi un vertice. Ma ormai è chiaro: il vertice non si fa per decidere, si fa perché non si può decidere.
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