LA POLITICA DELLE MINACCE

Pensavamo che Europa fosse il quotidiano dei moderati. Ne eravamo convinti, loro almeno dicono così. Poi ieri abbiamo preso il quotidiano, organo del partito democratico, guardato la prima pagina, e abbiamo trovato un editoriale dal titolo: «Una platea poco previdente». A scriverlo il solito anonimo arrabbiato con Berlusconi, che (legittimamente) se la prendeva con il Cavaliere per le sue esternazioni. Poi, però (meno legittimamente), l’anonimo di Europa ha minacciato la platea di Confindustria, rea di aver applaudito Berlusconi. Ha avvertito la Marcegaglia che avrebbe dovuto spiegare agli industriali: «Che nel futuro non ci sarà sempre Berlusconi, che prima o poi la ruota gira, e che dunque capiterà anche a loro di avere a che fare con un’altra specie di politica e di governo». E qui si esce dal campo della libera espressione, per entrare nel campo del libero esercizio (ancorché anonimo) della minaccia. Se esistesse ancora Cuore, il settimanale di Michele Serra, il fondino di Europa sarebbe stato un ottimo oggetto di esegesi per la storica rubrica «Parla come mangi». In mancanza del settimanale di Resistenza umana, le moderatissime parole le traduciamo noi: state attenti, cari confindustriali, che quando arriviamo noi del Pd, se continuate ad applaudire il Cavaliere, vi facciamo vedere i sorci verdi.
Certo, se non fosse tragico, soprattutto per il Partito democratico, sarebbe comico. Dopo aver cercato ogni tipo di paragone possibile per denunciare la dittatura del regime berlusconiano, i moderati del Pd passano al manganello. Per ora soltanto minacciandone l’uso, ma, qualora non fossero ascoltati, il giorno del loro ritorno al governo saprebbero come usarlo e contro chi. E, come dicono a Roma, sarebbero cavoli degli industriali. Una possibilità decisamente remota, fortunatamente per Confindustria. Se sono questi gli argomenti del Partito democratico, se «i moderati» di Europa continueranno a fare del giornalismo intimidatorio, gli industriali non avranno alcun problema perché al governo l’opposizione non ci tornerà nemmeno tra vent’anni. Anche perché sono in molti quelli che, pur non approvando Berlusconi, non possono tollerare la prepotenza degli sconfitti. Che esiste - eccome - ed è sempre peggio di quella dei vincitori, perché è tendenzialmente astiosa, come quella dell’anonimo (che minaccia e non si firma, anche se nei giornali si sa che un commento non firmato è riconducibile al direttore).
Chi si firma invece è il solito Di Pietro, che «ottimo e abbondante» (come direbbe forse lui in dipietrese), le minacce quando le fa, le fa chiare e almeno ci mette la faccia. Anche lui ce l’ha con i criminali industriali («li conosco dai tempi di Mani pulite»), anche lui non tollera che possano avere applaudito il premier («erano di molti imprenditori che erano passati nelle inchieste della magistratura»). Dal che si deduce che se anche fossero d’accordo avrebbero dovuto restare in timoroso silenzio. Anche lui invita la Marcegaglia «a prendere le distanze dalla Confindustria degli applausi» e «a non barattare la dignità di quell’organismo con gesti di servilismo finalizzati ad ottenere nuovi soldi, e vantaggi economici». Capita la lezione di laicità? Se non sputi sul Cavaliere sei un servo a libro paga. Quindi si può trarre una semplice lezione. Se c’era qualcuno che avesse dubbi, fra gli industriali, dopo aver letto queste pagine memorabili non ne avrà più. Le castronate dei nemici di Berlusconi, e i loro avvertimenti - stile ruggito del topo - sono il miglior viatico per portare il suo consenso a livelli bulgari, senza minacciare nessuno.