LA POLITICA DELLE SENTENZE

Difficile capire la propaganda della sinistra oltre al ripetuto, ossessivo, isterico antiberlusconismo. Difficile capire questa propaganda sia per la babele delle lingue, sia perché alle volte alla televisione si sentono voci fuori dal coro.
Sino a ieri abbiamo assistito giorno dopo giorno alla sistematica critica di tutto quello che faceva il governo, anche su cose minime, senza poi dire il perché o presentarci soluzioni alternative. Una campagna elettorale coerente poteva allora soltanto promettere di abolire tutto quello che aveva fatto Berlusconi.
Mi ha stupito e meravigliato vedere nella trasmissione Omnibus di Rete 7 Romano Prodi e Francesco Rutelli - due protagonisti delle prossime elezioni - affermare che non tutto del passato era da buttare via. Romano Prodi accettava il ponte sullo stretto di Messina, ma non come scelta prioritaria; Francesco Rutelli difendeva il risparmio e quindi condannava una possibile patrimoniale; la legge Biagi andava solo corretta.
Forse era solo il tentativo di cambiare strategia per cercare di conquistare l'elettorato moderato; ma era ormai troppo tardi. I Ds restavano arroganti e sprezzanti nella per loro indiscussa superiorità; le urla e le violenze dei no-global accompagnavano intanto il dibattito preelettorale. In fondo c'era l'odio, un odio vissuto come se fossimo in guerra, per un nemico, Silvio Berlusconi: era certo il più sicuro collante elettorale per una alleanza così variegata come l'Unione, ma rispondeva - come vedremo - all'antica strategia dei Democratici di sinistra, che restano sempre comunisti. È una affermazione un po' forte che ora documenteremo.
La presentazione nelle liste elettorali dell'ex magistrato Gerardo D'Ambrosio ha suscitato perplessità nella sinistra (Francesco Rutelli) o una decisa avversione (Enrico Boselli, socialista della Rosa nel pugno). Questa politica svelava la vera strategia dei Ds: la via giudiziaria al potere. Per questo io li chiamo comunisti.
Il lettore mi consenta se, per meglio spiegarmi, partirò dal lontano passato. Nell'immediato dopoguerra un vice procuratore della Repubblica, Luciano Violante, diventò noto per aver incriminato Edgardo Sogno, medaglia d'oro della Resistenza, solo perché era un deciso anticomunista. Entrato in politica nel Partito comunista fece una rapida carriera: ora è presidente del gruppo parlamentare alla Camera, ma in realtà ha diretto la politica giudiziaria del Partito comunista e dei magistrati di sinistra. Il tanto esaltato tribunale milanese ha salvato i comunisti, ma ha decimato gran parte della classe dirigente non comunista; ha incriminato e poi perseguitato il vero nemico dei comunisti, Bettino Craxi, ora ha continuato incriminando quasi quotidianamente Silvio Berlusconi. Violante è il leader dei Ds e Massimo D'Alema il suo portavoce. Mi ha indignato vedere a Matrix su Canale 5 D'Alema esaltare Francesco Saverio Borrelli e le sedicenti Mani pulite. Mi ha indignato perché ben conoscevo Adolfo Beria di Argentine (capo della Procura milanese) e la sua opera per il rinnovamento dei magistrati con il suo Centro di difesa e protezione sociale: è stato sempre un fermo difensore dello Stato di diritto, preoccupato per una possibile politicizzazione dei pm.
I nostri magistrati di Milano, con le loro incriminazioni e sentenze, l'hanno a dir poco dimenticato, ma D'Alema nel suo servilismo si è spinto sino al punto di fare anche un elogio ad Antonio Di Pietro che fra le prime cose che fece a Milano come vice procuratore è stata quella di infastidire il procuratore capo da cui dipendeva, cioè Beria di Argentine.