Politica economica, sinistra in silenzio

Bruno Costi

Nelle democrazie industriali gli elettori hanno sempre votato con una mano sul cuore ed una sul portafoglio intendendo con la prima l’adesione ad un’idea politica della società, e con la seconda l’attaccamento alla cifra che alla fine dell’anno ognuno porta a casa.
Se alle elezioni del 9 aprile prossimo si votasse con questo criterio, la mano sul cuore darebbe segnali deboli, con le ideologie che hanno deluso, la globalizzazione irreversibile, il predominio dell’idea del mercato; la mano sul portafoglio, invece, darebbe probabilmente segnali più netti se, come indica una recente indagine sul reddito degli italiani diffusa dalla Banca d’Italia, dal 2002 al 2004 il potere d’acquisto delle famiglie italiane è cresciuto del 2% e 2 italiani su 3 (il 62%) che si dichiarano in difficoltà dichiarano pure che per vivere dignitosamente avrebbero bisogno di meno dei 29.483 euro l’anno che pure risulta essere il reddito medio delle famiglie.
L’aumento della ricchezza disponibile non è però sufficiente a dare certezze su ciò che pensano le famiglie, perché ciò che conta non è solo avere più soldi da spendere ma la prospettiva positiva sul futuro, la fiducia in ciò che verrà, essere convinti che progrediremo, noi ed i nostri figli.
Ecco dunque ciò che occorrerebbe in campagna elettorale: che i contendenti parlassero, spiegassero, illustrassero come intendono far progredire il Paese, come pensano di riaccendere la fiducia degli italiani nel futuro. Il governo e la sua maggioranza l’hanno capito e stanno cominciando a spiegare ciò che è stato fatto in questi cinque anni di legislatura, le 32 riforme, i benefici, le infrastrutture. Ma a sinistra la sfida elettorale sembra essere tutta incentrata sull’insulto, sulla delegittimazione, sulla denigrazione, sulla ridicolizzazione dell’avversario politico e sul preannuncio dello smantellamento pregiudiziale di tutto ciò che esso ha fatto, più che sui programmi e gli impegni per dare agli italiani la percezione che il futuro sarà di progresso.
La prova? È mancata finora quasi completamente dal dibattito tra le forze politiche il confronto sulla politica economica, ovvero su quell’insieme di progetti indirizzi e orientamenti che, diceva Keynes, creando benessere economico rendono gli uomini felici.
Berlusconi in prima persona e i suoi ministri hanno già fatto intendere che nei mesi che mancano al voto lo sforzo grande del governo sarà concentrato nella illustrazione e diffusione dettagliata di tutto ciò che è stato realizzato e che non sempre è stato ben comunicato. Può darsi che non tutto sia riuscito come si voleva, che incidenti di percorso, incertezze, dissidi nella maggioranza (ma Prodi non ne ebbe?) abbiano rallentato, modificato, affievolito lo spirito riformatore della prima ora. Ma alcune grandi riforme, di quelle che gli economisti e gli organismi internazionali definiscono «strutturali», sono state realizzate e molte sono anche in vigore. La riforma delle pensioni, è una realtà, tra due ani entrerà pienamente in vigore così come la riforma della previdenza integrativa, che dopo dieci anni di dibattiti ha introdotto a pieno titolo i Fondi pensione nel futuro dei lavoratori, ma anche nell’assetto del sistema finanziario italiano, storicamente povero di investitori istituzionali. La riforma del lavoro è una realtà che ha prodotto un milione e mezzo di posti di lavoro, il 50% in più di quanto Berlusconi promise nel 2001 tra i sorrisi ironici di gran parte della opposizione, così come sono state varate la riforma del diritto fallimentare, della scuola e dell’Università, del diritto fallimentare, del diritto societario e dei primi due moduli riforma fiscale.
Il problema era e resta quello di una crescita lenta dell’economia italiana. Quest’anno, se non ci saranno sorprese, l’economia potrà crescere tra l’1 e l’1,5%, meno della media europea. Occorrerebbe una sferzata, una coraggiosa svolta delle politiche economiche, sull’esempio di ciò che hanno compiuto negli anni ’80 e ’90 gli Stati Uniti e la Gran Bretagna. Allora, Reagan e la Thatcher puntarono tutto su una decisa politica dell’offerta, basata su forti investimenti pubblici, in infrastrutture, spese militari, e spese per la ricerca, riduzione contestuale della pressione fiscale, liberalizzazioni e concorrenza, semplificazioni nelle attività delle imprese. Basta scorrere le cifre snocciolate da Giancarlo Morcaldo, direttore della ricerca della Banca d’Italia nel suo ultimo libro Una politica economica per la crescita per rendersi conto che quelle politiche attivarono un ciclo virtuoso incredibile: investimenti cresciuti dell’8% l’anno, produttività del lavoro salita del 3% l’anno, di cui la metà dovuta all’introduzione nei sistemi produttivi di tecnologie e innovazioni. La crescita dell’economia ha creato fiducia nella popolazione che dalle prospettive economiche positive trae certezze per mettere al mondo figli. E poiché gli economisti demografi hanno ormai statisticamente accertato la correlazione tra crescita della popolazione e crescita del reddito, è anche lì la chiave della crescita economica. Da noi, pochi figli, scarsa crescita, la popolazione over 65 raddoppiata in 50 anni quella under 15 dimezzata e l’Istat conferma che un anziano spende il 35% meno di un giovane. Può crescere un’economia senza la fiducia e senza figli? E la fiducia non è l’acqua nella quale nuotano i governi di qualsiasi colore? È di tutto ciò che occorrerebbe parlare in campagna elettorale, con proposte programmi ed impegni. Esattamente quelli che a sinistra stenta a far conoscere.