Politica estera alla deriva islamica

In principio la parola d'ordine era «discontinuità». Bisognava, cioè, rendere al più presto evidente la differenza tra la politica estera del nuovo governo di centro-sinistra e quella dell'era Berlusconi, non solo in omaggio al programma dell'Unione, ma anche per soddisfare le pressanti istanze della sinistra radicale, antiamericana, antiisraeliana, no-global, pacifista e terzomondista che costituisce almeno un quarto della maggioranza. La discontinuità comportava il ritiro dall'Irak, l'allentamento del rapporto con gli Stati Uniti, un ritorno alla politica pro-araba della Prima Repubblica, il rilancio del ruolo italiano nell'Unione Europea. Era una evoluzione tanto temuta, quanto attesa, ma che si immaginava abbastanza graduale, come è buona regola nelle democrazie. Invece, un po' per l'incessante spinta di Rifondazione, Comunisti italiani e Verdi, un po' per la smania di protagonismo di D'Alema, un po' per il precipitare degli eventi in Medio Oriente, si è trasformata rapidamente in una deriva: una deriva così violenta che, nella recente storia europea, è difficile trovare un altro caso in cui un cambio di maggioranza ha portato a un così rapido e radicale cambiamento nella politica estera di un grande Paese.
Che la svolta sarebbe stata drammatica lo si intuì fin dal momento della formazione della «squadra» della Farnesina: ministro Massimo D'Alema, noto per i suoi sentimenti antiisraeliani; vice-ministri, il diessino Ugo Intini, fedele seguace del filoarabismo craxiano, e la rifondarola Patrizia Sentinelli, vicina a pacifisti e no-global; sottosegretari, il figlio dello stesso Craxi, altri due diessini vicini al Correntone come Crucianelli e Di Santo e un unico esponente della Margherita chiaramente atlantico e impegnato nella lotta al terrorismo, Gianni Vernetti (che infatti spesso assume, con encomiabile coraggio, posizioni molto diverse da quelle del suo capo, ma non può certo influenzarne la linea politica).
A sentire le trombe della maggioranza, il governo Prodi avrebbe già rilanciato il ruolo dell'Italia nel Mediterraneo, sarebbe tornato ad essere protagonista in Europa, si sarebbe affrancato dalla egemonia americana senza compromettere i rapporti con Washington. Ma in che modo e a che prezzo? Il governo Berlusconi aveva compreso l'importanza di Israele nella lotta globale contro il terrorismo islamico, aveva contribuito al suo riavvicinamento all'Europa e lo aveva sostenuto nei momenti difficili. D'Alema lo ha violentemente attaccato per la sua «reazione eccessiva» agli attacchi subiti, si è fatto fotografare a braccetto con un ministro di quell'Hezbollah che ha scatenato la guerra e ieri in un'intervista all'Espresso ha escluso categoricamente che i Caschi blu in partenza per il Libano possano disarmare i guerriglieri sciiti. In altre parole, siamo ansiosi di partecipare alla Forza di interposizione dell'Onu, ma solo a condizione che si astenga dal fare quello per cui è stata creata. Non c'è da stupirsi che Diliberto, già criticato per i suoi rapporti cordiali con il «partito di Dio», avamposto dell'Iran sul Mediterraneo, abbia approvato senza riserve l'operato del nostro ministro degli Esteri, considerandolo in perfetta sintonia con la linea del Partito dei comunisti italiani.
Altra vicenda emblematica, quella dell'Afghanistan: dopo incredibili travagli all'interno della maggioranza, il governo ha rifinanziato (per sei mesi, poi si vedrà) la nostra partecipazione a una missione che è insieme Nato e Onu, ma sotto pressione della solita sinistra radical-pacifista ha prima rifiutato una richiesta di rafforzare il nostro contingente, e poi di dislocare una parte delle nostre forze nel sud del Paese, dove la Nato si è assunta il compito di reprimere l'insurrezione dei talebani. In altre parole, ci stiamo, ma, visto che Diliberto & C. sono contrari, non possiamo correre rischi. Se c'è da combattere, lo facciano gli altri.
Il pilastro della politica estera di Prodi doveva comunque essere una presa di distanza dall'America bushiana e un parallelo ritorno a un ruolo di protagonista nell'Unione Europea. La prima c'è stata - e come - nonostante i periodici scambi di cortesie diplomatiche, ma il secondo è per ora del tutto velleitario. Sembrava che il nuovo faro dovesse essere la Germania della signora Merkel, ma quando sulla faccenda libanese questa ha preso una posizione simile a quelle di Washington, le abbiamo prontamente voltato le spalle. Ora sembra che guardiamo di nuovo a Parigi, specie quando si contrappone a Washington e fa il solito occhiolino agli arabi; ma più che collaborare, andiamo a rimorchio.
Per conseguire l'ambita discontinuità, il governo Prodi, con Massimo D'Alema in testa, ha dunque partorito un confuso mix di ritorno all'antico, di compromessi poco onorevoli, di presenzialismo senza indirizzo. Anziché, come si va vantando, «rilanciare il ruolo dell'Italia nel mondo», dà all'estero l'impressione di una compagine lacerata, per cui la politica estera è spesso dettata non dall'interesse nazionale e neppure da una chiara visione dei problemi, ma dalle esigenze di una maggioranza in cui le spinte radicali sono probabilmente oggi le più forti d'Europa.