La politica estera non è un dettaglio

La politica estera non è, anche se a prima vista può sembrarlo, emendabile o negoziabile. Il governo non si illuda. È l’osso duro dell’anima, è una visione del mondo, è un ammiccamento che include o esclude da un universo morale che ti rende degno o indegno; è un vistoso veicolo di potere politico, su di essa si organizzano manifestazioni di massa che non costano niente anche a forze che la storia ha da tempo messo in crisi; sulla sua base ci si sente buoni e si distribuiscono facili accuse di aggressività e perfidia; si sanano i propri sensi di colpa verso il Terzo Mondo, si fanno litigate insanabili anche con vecchi amici.
Su Bush si schiuma, su Israele si fuma. Politica estera vuol dire dare libero adito a pensieri miserrimi come quelli che si figurano il Presidente degli Stati Uniti alla stregua di un cretino e i neoconservatori americani come cospiratori ebrei; questa politica estera lascia che affiori alla mente e sugli schermi televisivi l’idea che gli americani abbiano esploso da soli le Twin Towers o che Israele uccida apposta donne e bambini palestinesi, o che Hamas una volta al potere mostrerà una nuova ragionevolezza riconoscendo Israele, o che gli Hezbollah siano soprattutto una forza politica con cui trattare.
Politica estera può voler dire accucciarsi al calduccio della propria invidia verso Paesi con ideali e identità più saldi del nostro; rispolverare l’inconfessato desiderio di violenza rivoluzionaria; infischiarsene delle carceri di Cuba e dei dittatori che violano tutti i diritti umani in Paesi per cui un tempo sognavamo benessere e autodeterminazione; politica estera vuol dire ostentare scandalo al suono della parola «guerra» e con questo richiedere un applauso.
Dunque, al prossimo appuntamento col rifinanziamento della missione in Afghanistan, probabilmente non ci sarà altro da fare che constatare la potenza della politica estera come scelta culturale e politica irrinunciabile per la sinistra radicale, e allora sarà tempo di decisioni.
Ha ragione Francesco Rutelli quando dice: «La sinistra radicale ha passato il segno». Ma seguiterà a passarlo perché buona parte del consenso che raccoglie si basa sulla diffamazione degli Usa e di Israele, sulla convinzione che gli americani incarnino una politica imperialista e coloniale di dominazione del mondo. La sua base non la perdonerebbe mai se tradisse questi punti fermi.
L’antiamericanismo è un albero con radici assai profonde in Italia, da Mussolini a Bertinotti con in mezzo una schiera fittissima e variegata da Andreotti a Bettino Craxi, ha avuto ed ha molti alfieri. Cambiarla comporterebbe la volontà sia di scardinare i propri convincimenti ideologici che il proprio assetto conoscitivo della realtà internazionale, rendendoli molto più complessi di quello odierno. Si tratterebbe di attribuire la gravità necessaria all’attacco del terrorismo della Jihad armata, alla sua campagna d’odio che ha cambiato la cultura mondiale e che di fatto costringe quasi in tutte le parti del globo a tipologie diverse di scontro, che in alcuni casi sono una vera e propria guerra. E le guerre possono essere più o meno ben condotte, più o meno funestate dall’uccisione di civili sempre presenti nella guerra asimmetrica; può essere che gli Usa talvolta abbiano sottovalutato la forza dei nuovi eserciti terroristi. Ma, certo, non potevano evitare il combattimento come non potremo evitarlo noi una volta attaccati. E l’attacco contro tutto l’Occidente è già in buona parte attivo come si vede dalla proliferazione del terrorismo.
Questo può riconoscerlo la sinistra radicale? Pare improbabile, così come pare impossibile che questa sinistra riesca a mettere l’Iran al centro del rischio mondiale e della guerra terrorista, come è del tutto ragionevole fare; non ce la vedo a collocare il rapporto con gli Stati Uniti nel quadro di una indispensabile alleanza democratica e antiterrorista come è invece indispensabile oggi.
Se questo non avverrà perché mai l’ultrasinistra dovrebbe accettare il rifinanziamento della missione in Afghanistan? Quando si giungerà a quel voto le contraddizioni in seno al governo devono essere lasciate affiorare in tutta la loro importanza per due motivi. Il primo, idee balorde come quelle dell’ultrasinistra in politica estera non devono essere parte di una alleanza di governo che si rispetti. Non siamo in Venezuela qui. Gli «Hezbollah abbraccetto» devono restare un disgraziato episodio, anche per il bene di una sinistra moderna.
E, in secondo luogo, perché la missione in Afghanistan non sembra avere nessuna chance di svanire nell’aria con una crisi politica. La sua ragionevolezza costringerà qualsiasi governo a rifinanziarla quanto prima.