«Politica estera il nostro cardine Non ci divideremo su questo»

RomaOnorevole Mantovano, Gheddafi lancia la sfida e avverte Roma che la guerra potrebbe arrivare sul territorio italiano. Una provocazione del Rais o una minaccia reale?
«È nostro dovere istituzionale non sottovalutare ogni tipo di allarme o di minaccia ma a tutto bisogna dare il giusto peso. Le parole di Gheddafi hanno certamente un forte contorno demagogico e un rilievo interno, in linea con il personaggio».
La parole del Rais rafforzano il timore di azioni terroristiche?
«Gheddafi da questo punto di vista ha alle spalle un passato da non sottovalutare, è la storia che ce lo ricorda. Abbiamo il dovere di prendere tutte le misure possibili per minimizzare i pericoli».
Avete avuto qualche segnalazione specifica finora?
«No, nessuna segnalazione specifica. Esistono soltanto alcune ipotesi di lavoro».
Quali potrebbero essere le modalità delle azioni terroristiche?
«Esistono due possibilità. La prima, più diretta, potrebbe essere quella di un soggetto inviato nel nostro Paese con un mandato specifico. L’infiltrazione potrebbe avvenire attraverso i profughi che approdano sulle nostre coste oppure attraverso soggetti già presenti sul nostro territorio».
La seconda?
«La seconda pista è quella di un soggetto che, senza aver ricevuto un input, ritiene di voler indossare il ruolo del vendicatore, come è già accaduto con il terrorismo di matrice islamica, ad esempio con la caserma Santa Barbara a Milano».
Esiste davvero la possibilità di prevenire azioni di questo tipo?
«L’attenzione dell’intelligence e dell’antiterrorismo è sempre altissima. Ad esempio è stato fatto un grande lavoro per cercare di capire se tra i 30mila tunisini arrivati dall’inizio dell’anno potesse nascondersi qualche personaggio pericoloso. Non a caso sono stati arrestati 119 immigrati che avevano precedenti nel nostro Paese».
La sortita di Gheddafi contro l’Italia può essere messa in correlazione con le polemiche di questi giorni interne alla maggioranza?
«Gheddafi tiene sempre alte le antenne e approfitta di tutto. Di certo cerca di fare leva sulle nostre divisioni interne. Ma credo che soprattutto punti sulla vicinanza geografica. Un conto è lanciare una minaccia contro chi si trova a migliaia di chilometri di distanza, un conto è farlo contro chi, come noi, sta a settanta miglia marine».
Gheddafi è davvero in grado di manovrare la leva degli sbarchi e usare i profughi come un’arma contro l’Italia e l’Europa?
«Le partenze possono avere una duplice natura. O sono dovute all’assenza di controlli e quindi a un implicito via libera. Oppure possono avere origine da un vero e proprio input. Una nave con 760 persone a bordo non si improvvisa e desta sospetti. Così come appare strano che nelle ultime 48 ore siano arrivate 2.500 persone, ovvero un terzo di quelle che sono sbarcate dall’inizio della guerra. Il problema è che mentre si sta chiudendo il canale degli arrivi dalla Tunisia si sta aprendo quello dalla Libia».
Ribaltando il discorso ci sono invece preoccupazioni per possibili infiltrazioni di Al Qaida tra le forze ribelli?
«La presenza di gruppi salafiti nella Cirenaica è nota. Approfittano della confusione e del conflitto per insinuarsi, così come è presente l’influenza di gruppi radicali dei Fratelli Musulmani. Comunque non ci sono riscontri di rilievo».
Lei ha assunto fin dall’inizio una posizione fortemente critica verso l’intervento in Libia. Come giudica ora il duro confronto Berlusconi-Bossi e la richiesta leghista di piantare alcuni paletti alle modalità della nostra partecipazione?
«Fissare una scadenza temporale è complicato, ormai abbiamo assunto un impegno verso l’alleanza, l’intervento è iniziato e non si può non tenerne conto. Piuttosto si possono fissare limitazioni dell’operatività escludendo ad esempio una nostra partecipazione a eventuali interventi di terra. Comunque sono sicuro che questo governo, che ha sempre avuto nella politica estera uno dei suoi cardini, non si dividerà e troverà una sintesi».