La politica italiana con le primarie scopre l'America

Paolo Armaroli

Novelli Cristoforo Colombo, un po’ tutti hanno scoperto l’America. Perfino coloro ai quali l’America non va a genio neppure dipinta: ogni riferimento a larga parte del centrosinistra, rifondaroli comunisti e comunisti italiani in testa, non è puramente casuale. In America si fanno le primarie? E allora facciamole pure noi. Così disse Prodi non smettendo di congratularsi con se stesso per l’idea geniale. Che diamine, non si è professori universitari per nulla. A tavolino il Professore l’aveva studiata bene. È vero che il centrosinistra lo aveva già incoronato leader. Con il risultato che sarebbe stato lui a sfidare il campione del centrodestra alle elezioni politiche. Ma Prodi non poteva mandar giù il fatto che nell’ottobre 1998 era stato sbalzato di sella da Bertinotti e costretto a discendere precipitosamente le scale di Palazzo Chigi.
Stavolta, si è detto il Professore con la solita aria pensosa, non mi fregano. Non mi basta l’incoronazione della partitocrazia. Perché così non si possono escludere altri capitomboli. Occorre invece che io sia consacrato dal popolo. A tavolino tutto era a posto. In realtà tutto si è maledettamente complicato. Innanzitutto perché le primarie, mentre negli Stati Uniti si svolgono all’interno dei partiti, in Italia si terranno tra i partiti di una medesima coalizione. E poi perché da candidato unico qual era, Prodi si è ritrovato ai nastri di partenza altri sei candidati. E precisamente Bertinotti, Di Pietro, Mastella, Pecoraro Scanio, Scalfarotto e la Panzino: questi ultimi due giudicati espressione della società civile, quasi che gli altri appartenessero al mondo delle scimmie. L’unico aspetto positivo è che con le primarie, come insegna l’esperienza pugliese, si registra una mobilitazione dell’opinione pubblica che porta voti alle elezioni vere.
Ma le ombre sono decisamente superiori al predetto lumicino. Sulle regole è ormai guerra aperta. Mastella, che non è nato ieri, si è fatto un po’ di conti. E ha scoperto che i seggi nelle regioni rosse sono assai di più di quelli previsti nelle zone del Meridione, dove spera di mietere voti. Insomma, come nella Fattoria degli animali, c’è qualcuno - tanto per non fare nomi e cognomi, Romano Prodi - considerato più eguale degli altri. E poi Prodi non è più sicuro di stravincere la partita. Non a caso giorno dopo giorno abbassa l’asticella del suo successo. Adesso farebbe salti di gioia se conquistasse la metà dei votanti.
Ora anche nel centrodestra qualcuno si muove. Follini una ne fa e cento ne pensa. Dopo essersi messo di traverso nel segno della discontinuità su molte questioni, dalla riforma elettorale alla finanziaria, adesso è tornato a mettere sul tappeto il problema della leadership. A riprova che nulla si crea e nulla si distrugge, il segretario dell’Udc ha scoperto pure lui l’America e pretende le primarie. Ma a che servirebbero? Il presidente del Consiglio le vincerebbe senz’altro, non foss’altro perché guida un partito come Forza Italia la cui consistenza è uguale grosso modo alla somma dei voti dei suoi alleati della Casa delle libertà. E il povero Follini resterebbe con un palmo di mano e sarebbe costretto a tornarsene zitto e buono all’ovile.
Ma supponiamo per amore di discussione che a vincerle sia Casini (o Fini o Bossi, fa lo stesso). In tal caso il centrodestra farà harakiri. Chiunque vinca non sarà accettato dall’intera coalizione. Una coalizione inventata di sana pianta da Berlusconi, consapevole che altrimenti Occhetto e compagnia cantante avrebbero fatto il bello e il cattivo tempo per chissà quanto, e che solo Berlusconi può tenere unita. È mai possibile che la testa più lucida dell’Udc non si renda conto di ciò?