Politica, l’arte di non sapere

La profonda nostalgia di Max Weber (e del suo interprete Massimo Cacciari) per quella che Platone chiamava «tecnica regia»

Professione davvero singolare, la politica. Infatti, mentre per poter esercitare ogni altra professione è necessario disporre di una competenza specifica, coloro che fanno politica «a tempo pieno» non sembrano esperti di nulla. È del resto sintomatico che in tempo di crisi di legittimazione del ceto politico, si faccia spesso ricorso al «governo dei tecnici». Che la politica sia una «strana» professione, ce lo ricorda ora Massimo Cacciari. Il quale ha scritto un lunghissimo saggio introduttivo alle conferenze su La scienza come professione. La politica come professione, che Max Weber tenne a Monaco nel 1917 e 1919 (ripubblicate negli Oscar Mondadori, pagg. LXXIV-135, euro 7,80).
Sia il politico sia l’imprenditore - ci dice Weber - condividono lo stesso Beruf (professione). Una parola che in tedesco vuol dire «vocazione», «missione», sentirsi destinati a svolgere un determinato compito. Tuttavia, mentre il compito dell’imprenditore «è lo sviluppo della propria impresa» - scrive Cacciari - «lo scopo che il politico persegue è quello della realizzazione di valori non economicamente scambiabili». Detto altrimenti: mentre lo scopo dell’imprenditore è orientato ad incrementare il suo privato bene individuale, quello del politico è finalizzato al «bene comune».
Certo - sottolinea Cacciari - «anche l’imprenditore può sentire il proprio lavoro come “missione” e concepire la propria impresa come strumento per promuovere bona universali». Tuttavia, non potrà mai essere lui a stabilire il carattere «universale» della sua particolare professione. È vero che l’agire economico risulta sempre più determinante nelle decisioni politiche. Ma resta pur sempre distinto dall’agire politico. Il particolare perseguimento di un fine imprenditoriale potrà tradursi in universale valore politico solo a patto che riesca ad andare oltre l’orizzonte economico, osserva Cacciari.
Ma chi sarà a stabilire quando una particolare impresa economica assume una generale vocazione politica? La politica, naturalmente. A stabilire il valore politico di una professione imprenditoriale è chi paradossalmente non è esperto di nessuna professione. Tantomeno, di quella professione di cui dovrebbe giudicare la «politicità». Cioè, il suo valore universale.
È davvero singolare, tutto questo. Tanto più nell’epoca della tecnica e del trionfo della razionalità calcolante e strumentale. Che ha ridotto la politica a servizievole ancella dell’economia. Come può la politica, nell’età del suo declino, rivendicare il suo primato professionale sulle altre professioni? E poi: sarebbe auspicabile il recupero di questo primato? Io non ne sarei così tanto sicuro. Non solo perché i rapporti tra economia e politica non sono più quelli analizzati lucidamente da Weber. Ma anche perché il «sapere» della politica è oggi diventato più povero e limitato rispetto ai saperi delle professioni tecniche, scientifiche, economiche.
Cacciari, nel suo originale commento a Weber, di tutto questo è perfettamente consapevole. Ne è consapevole in maniera direi realisticamente «disincantata». Egli ha ragione quando afferma che è la politica, intesa platonicamente come «tecnica regia», a dover orientare verso il bene comune le molteplici professioni che configgono nello Stato. Giacché, se abbandonate al loro delirante appetito egoistico, ne metterebbero a repentaglio la coesione. Con il rischio di dissolversi insieme ad esso.
Non è certo da oggi che la politica è una tecnica, una professione speciale che si distingue da tutte le altre. Platone la chiamava «tecnica regia», perché è in grado «di far trionfare ciò che è giusto attraverso il coordinamento e il governo di tutte le attività che si svolgono nella città». Attività, professioni che operano soltanto in vista del loro bene particolare. Mentre la politica ha di mira il bene comune. E misura l’uso delle altre professioni secondo giustizia. Da sole, infatti, le altre professioni sarebbero improduttive e talvolta dannose, se non ci fosse la politica a coordinarle tutte a partire dall’idea del bene comune.
Ma la politica può essere ancora assunta come «tecnica regia»? Come virtuosa professione che subordina a sé tutte le altre professioni, le altre tecniche, gli altri saperi, in quanto, a differenza di questi, essa sola sa cosa è il bene comune? Lo stesso Weber, nelle due conferenze monacensi, non ne sembrava tanto convinto. Ma non ne era convinto già Socrate. Vi ricordate da chi si reca Socrate, per interpretare il senso delle enigmatiche parole dell’oracolo di Delfi, che aveva detto che nessuno ad Atene era più sapiente di lui? Guarda caso, il primo da cui egli si reca è un politico, «uno di quelli che hanno fama di sapienti», di esperti professionisti, diremmo noi. Racconta Socrate: «Mentre esaminavo attentamente quest’uomo - non occorre che vi dica il nome, perché era un politico il personaggio con il quale, tra indagini e discorsi, feci questa esperienza - mi sembrò che quest’uomo apparisse sapiente agli occhi, tra gli altri, soprattutto di se stesso, ma che in realtà non lo fosse».
Nonostante questa «ignoranza professionale», non solo la politica è diventata una professione privilegiata. Ma è alla politica che affidiamo le sorti della nostra vita comune. Perché è alla politica che riconosciamo la prerogativa, del tutto speciale, non solo di «sapere» ciò che per noi è il vero bene, ma di orientare le nostre azioni verso di esso. Nell’epoca del tramonto tecnico-economico della politica, nell’epoca della globalizzazione trionfante in cui la tecnica e l’economia diventano le potenze sovrane, il saggio di Cacciari esprime un’amara nostalgia della grande politica, come ha osservato Natalino Irti sul Corriere della Sera. Ma è da escludere che, all’ombra di tale nostalgia, sia possibile recuperare il primato tolemaico della sua «regia» professione. Destinata invece a misurarsi, alla pari, con le altre professioni-tecniche che si vanno imponendo nella nostra vita.
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