La politica del merengue

Ogni tanto, rovistando nei vecchi cassetti, si può trovare qualche moneta antica, magari dimenticata lì dal nonno o dalla vecchia zia: se vi capitasse di trovare un franco svizzero potreste osservare che, qualsiasi sia la data, la moneta è assolutamente identica all'attuale.
L'immutabilità delle monete svizzere è un simbolo preciso: rappresenta l'affidabilità e la sicurezza della piazza economica elvetica e il motivo per cui da tutto il mondo si fa la fila per trasferire capitali nelle banche della Confederazione.
L'Italia, al contrario, non si è mai distinta per affidabilità, ma un conto è avere un difetto, un altro è farne una bandiera: eppure in questi giorni, dopo l'ennesima retromarcia su uno qualsiasi dei provvedimenti annunciati dal governo, non manca mai un qualche commento soddisfatto da parte di uno dei centodue che saluta “l'ottimo risultato del tavolo di mediazione” o “il doveroso compromesso”.
Temo che non ci si stia rendendo conto che i danni creati da una politica “merengue” (un passo avanti e uno indietro, fermi sul posto, come nel ballo latinoamericano) sono molto più gravi di una semplice immobilità.
Il perché è chiaro: se ad esempio la Svizzera annunciasse, all'inizio della stagione sciistica, il blocco totale di tutti gli impianti di risalita per motivi ecologici, gli sciatori disdirebbero le prenotazioni e si trasferirebbero altrove; le case nelle località alpine dimezzerebbero il loro valore e i titolari di esercizi commerciali legati al turismo licenzierebbero il personale. Ebbene, se tale provvedimento dovesse essere cancellato dopo qualche settimana, la situazione non tornerebbe come prima: le prenotazioni ormai si sarebbero concentrate su altre località, i prezzi delle case rimarrebbero bassi, riflettendo il rischio che il provvedimento “antisci” possa essere ripresentato e gli esercizi commerciali non riassumerebbero subito il personale, in attesa di verificare se e quando gli sciatori faranno ritorno.
Sbaglia dunque chi crede che varare un provvedimento (uno qualsiasi) fra gli applausi e poi ritirarlo fra le proteste sia una “saggia politica di mediazione”, in realtà si sta consumando il già esile patrimonio di credibilità che il nostro Paese poteva vantare: e quando c'è di mezzo l'economia non bastano Buffon o Cannavaro per metterci una pezza. Quale multinazionale estera si fiderebbe ad impiantare una nuova fabbrica in Italia se temesse che l'autorizzazione concessa per costruirla potesse essere rimangiata a seguito della protesta di qualcuno? Quale fondo immobiliare potrebbe indirizzare i propri investimenti in un Paese dove si congegna persino la tassa retroattiva, prima di accorgersi di aver fatto una sciocchezza (e la tassa per case e barche in Sardegna per i non residenti seguirà presto la stessa sorte)? Perché mai, insomma, qualcuno dovrebbe portare beni e ricchezze in Italia con il rischio di vedersi colpito da qualche provvedimento paradossale, costretto poi ad imbracciare cartelli e fischietti per sperare di ottenere l'ennesima retromarcia?
Lo slogan era: “la serietà al governo”, ed in effetti la situazione si sta facendo di giorno in giorno più seria, perché una svista ci poteva stare, ma rimangiarsi così tante decisioni mi fa temere che l'improvvisazione stia diventando la regola.
E Padoa-Schioppa? Il ministro che ebbe il coraggio di rimangiarsi dopo una settimana persino gli esiti della “sua” commissione sullo stato dei conti pubblici? Sarebbe stato lecito attendersi una qualche assunzione di responsabilità in merito ai provvedimenti economici annunciati e poi ritirati, invece niente... silenzio. Forse è meglio così... pare che all'estero pensino ancora che sia bravo: meglio lasciarglielo credere.
Claudio Borghi