La politica non c’entra: è un diritto

Sarebbe un grave errore della politica italiana, a sinistra come a destra, se su una questione di rilevanza individuale e sociale quale la regolamentazione delle coppie di fatto si inseguisse il consenso degli interessati o si cedesse alla resistenza degli ostili. Sarebbe una sconfitta di tutta la buona politica se si scatenasse la caccia al favore delle gerarchie ecclesiastiche, e attraverso loro, si puntasse ad ottenere compiacenti indicazioni elettorali. Sarebbe una distorsione della legislazione se in Parlamento si mettesse ai voti la bontà o la malignità di questo o quel rapporto d'amore o di sesso. E sarebbe una sconfitta dello Stato e della Chiesa se si legiferasse per confermare o smentire che il matrimonio è un sacramento e la famiglia un valore.
Il problema di cui si dovrebbe discutere è altro. La politica deve decidere se sia opportuno dare uno statuto legale comprensivo di alcuni diritti patrimoniali, economici e sociali a quel vasto settore di persone che vivono stabilmente in coppia, di sessi diversi o dello stesso sesso, e che non possono o non vogliono contrarre matrimonio. Se tale è la questione che agita entrambi gli schieramenti, sarebbe bene mettere da parte i punti di vista assoluti, ideologici e religiosi e discutere senza pregiudizi sull'opportunità e quindi sulla necessità che uno Stato ben ordinato, consapevole dell'intera comunità comprendente credenti e non credenti, santi e peccatori, eviti discriminazioni con la creazione di cittadini di serie A e serie B.
Tutti conoscono che oggi nella società italiana vivono milioni di persone nella condizione di coppie di fatto avendo scelto, non importa per quale ragione, di non contrarre matrimonio. E pochissimi ignorano che tra i cittadini che si sentono omosessuali ve ne siano molti che aspirano a normali convivenze di coppia con le relative conseguenze in fatto di regime patrimoniale, mutua assistenza, diritti ereditari e rapporti pubblici e istituzionali. Può uno Stato, che non è etico, ignorare il benessere di una parte notevole della comunità nazionale che non reca danno ad alcuno?
È una domanda a cui ovunque nell'Occidente civile fondato sul rapporto liberale tra individui, società e Stato, si risponde con una legislazione ad hoc. Capisco quanti in nome di credenze religiose si oppongono a trasferire l'idea, l'istituto e gli attributi del matrimonio alle coppie gay. E sono d'accordo che non ha senso stravolgere l'idea di matrimonio, per i credenti sacramento, che la tradizione e il sentimento maggioritario hanno consegnato al nostro tempo. Ma di qui ad opporsi ai Pacs e a qualsiasi altro tipo di contratto civile, comunque lo si voglia chiamare, non rappresenta altro che un atto fondamentalista tendente a dividere la comunità nazionale in buoni e cattivi, osservanti e dissidenti, legittimati e delegittimati, vale a dire a creare conflitti, marginalità e discriminazioni.
L'accoglimento o il rifiuto della legalizzazione delle coppie di fatto non è questione politica di destra o di sinistra, e neppure questione religiosa, ma rappresenta lo spartiacque tra una visione liberale, tollerante e pluralistica della convivenza nazionale e una illiberale, intollerante e integralista. È tanto vero che la contrapposizione non è tradizionalmente partitica che giacciono in Parlamento ben tredici proposte di legge per il riconoscimento delle coppie di fatto firmate da esponenti di entrambi gli schieramenti, a cominciare dal progetto di una quarantina di parlamentari della maggioranza (primo firmatario Dario Rivolta) provenienti da Forza Italia, Alleanza nazionale e anche dall'Udc.
È confortante che il governo Berlusconi annoveri un ministro, Stefania Prestigiacomo, che fa onore alla denominazione del suo incarico per le «pari opportunità» dichiarandosi favorevole al riconoscimento delle coppie di fatto. Ed è un ottimo segnale a destra che il vicepresidente del consiglio Gianfranco Fini, nel condannare ogni discriminazione, compia un altro rifiuto della sua originaria tradizione autoritaria per abbracciare i parametri della destra liberale e occidentale. Ora c'è da augurarsi che il Parlamento della Repubblica, mettendo al bando le disfide ideologiche e religiose, legiferi portando a conclusione il dibattito sulla materia da tempo iniziato per il bene della comunità nazionale.
m.teodori@agora.it